venerdì 26 gennaio 2024

Rita Mascialino, La canzone siciliana 'Brucia la terra' di Nino Rota e Giuseppe Rinaldi (Il Padrino III)

Voglio qui dare non un'analisi completa, ma un cenno esegetico della canzone siciliana tanto emozionante e bella ‘Brucia la terra’ di Nino Rota e Giuseppe Rinaldi, cantata insuperabilmente da Franc D'Ambrosio, attore e cantante italo-americano in una sinergia intensamente commovente di musica, voce, parole, la quale colpisce il petto come un vero e proprio fendente fisico superando i confini della serenata, una serenata triste e accorata in ogni caso. Franc D'Ambrosio nel film interpreta il personaggio di Anthony Corleone, figlio di Michael.


Brucia la Luna n´cielu/e ju Bruciu D´amuri./Focu ca si consuma/comu lu me cori.//
L´anima chianci addulurata./Non si da paci/ma cchio mala Nuttata.//
Lu tempu passa/ma non Agghiorna./Non c´é mai suli/S´idda non torna.//
Brucia la Terra mia/e abbrucia lu me cori./Cchi siti D´acqua/idda e ju siti D´amuri.//
Acu la canto/La me canzuni/si non c´é nuddu/ca s´a affacia a lu Barcuni.//
Brucia la Luna n´cielu/e ju Bruciu D´amuri./Focu ca si consuma/comu lu me cori.//

https://www.cosmopolitan.com/it/lifestyle/cinema/a44732481/sofia-coppola-il-padrino/

La canzone è offerta all’amata dall’uomo abbandonato che attende invano che la donna torni da lui e appaia al balcone. Ma la nottata è ‘mala’, cattiva e nessuno si affaccia e allora la luna, il cielo, la terra e il sentimento disperato che non trova soluzione bruciano in un unico incendio nella notte solitaria dell’uomo. Nella prima superficie si tratta della serenata dell’uomo alla donna perché torni da lui, donna che tuttavia è sempre anche simbolo incontestato di vita - è colei che dà la vita divenendone simbolo. La serenata potrebbe anche essere, come in un mio breve studio, anche falsa se fosse soltanto effluvio dei sensi o di volontà di potere sulla donna, ossia per potere conquistare la donna. Tuttavia il testo della canzone assieme alla musica non testimoniano di prepotenza o prevaricazione, solo di speranza, di sommessa speranza espressa nel pianto, speranza di vita, di amore per la vita che senza la donna svanirebbe - l'uomo vorrebbe vivere ancora e per questo ha bisogno d'amore che gli può dare la sua donna, comunque una donna. La situazione dell’uomo, espressa in musica e parole, voce, dell’essere umano che resta solo e abbandonato da chi ama o amerebbe, si presta a varcare il limite del contingente per invadere l’universale: la disperazione impotente dell’umanità di fronte al rifiuto di sé da parte degli altri, ciò che si verifica, se non per tutti perennemente, senz’altro per tutti una volta o l’altra e proprio quando si espone senza scudo il proprio cuore più vero altrimenti più o meno corazzato. L’uomo chiede e chiede amore, affetto alla donna che prega di ritornare, ma non trova corrispondenza alcuna e resta fuori dalla casa nella notte con il suo lamento quasi sussurrato, non un canto a tutta gola, ma un singhiozzo per la vita che pare spezzata, espresso con voce tremante e accompagnato da una chitarra che non prevale, ma esprime quasi soffocata l’interiorità ripiegata in se stessa dell’uomo che riconosce il suo bisogno di affetto e prega, ma deve rinunciare. Nel contesto più ampio e profondo schiuso dalla canzone, così risultano tutti gli esseri umani di fronte alle proprie preghiere non ascoltate, non esaudite ormai più né dagli uomini, né dalle tante divinità, madonne comprese, alle quali nella disperazione dell'inevitabile perdita della vita si rivolgono, umani che devono stare fuori dalla porta, cacciati via anche dal regno delle illusioni, come nella canzone splendida che si addice non solo alla donna amata, simbolo materno comunque principe per gli affetti, ma anche alla vita stessa - il tempo passa, dice la canzone, passa nella mala nottata - metafora della vita stessa nel contesto - e il sole, la vita, non compaiono più se la donna che li rappresenta non si affaccia, non torna a far vivere l'uomo. E nella vita ciò accade più spesso di quanto si possa ritenere mentre siamo sicuri e protetti negli affetti, quando si possono avere. La canzone citata scatena negli ascoltatori, secondo la dinamicità delle proprie sinapsi, la sofferenza esistenziale più cruciale, quando vorremmo che qualcuno ci aprisse ancora la porta della vita alla fine dei nostri giorni e nessuno la apre perché non c’è nessuno che senta e ascolti la nostra preghiera, solo si apre la porta del più triste – pasoliniano – infinito che chiude quella della vita per sempre.

Rita Mascialino
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Video: https://www.youtube.com/watch?v=4hrwL0b50Zo : Canzone “Brucia la terra” di Nino Rota e Giuseppe Rinaldi cantata poco prima della tragedia finale della vicenda da Franc D'Ambrosio, canzone che commuove Michael Corleone.

Immagine: https://www.pinterest.es/pin/294845106837725932/ : Sofia Coppola, la figlia super stupenda e bravissima del regista, in una immagine del finale della III parte del film “Il padrino”, poco prima di morire come innocente essere sacrificale.

Immagine: https://www.pinterest.it/pin/243405554837019885/

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venerdì 19 gennaio 2024

Rita Mascialino, Sulla composizione del lessico tedesco - Appunti di semantica

Rubrica condotta da Rita Mascialino Psicologia e logica dei popoli in OCEANONEWS, Rivista  Culturale, Direttore Vito Massimo Massimo Massa, Caporedattore Maria Teresa Infante La Marca.


Fotografia 10 febbraio 2024: 'STUDIO FOTOGRAFICO VALENTINA VENIER' Udine-Via Grazzano 39 - Tel. 345 34 63 650



Immagine: Rita Mascialino con la Prof. dell'Università di San Pietroburgo, Capo Dipartimento di Scienze Cognitive, Tatiana Chernigovskaya poco prima dell'intervento al Congresso Mondiale IASS/AIS, tema del Congresso: Understanding and Misunderstanding, Helsinki, 2007; Sezione Filosofia della Mente, studio di Rita Mascialino: The Dynamic Spatiality of understanding and misunderstanding.

PSICOLOGIA E LOGICA DEI POPOLI 

 Sulla composizione del lessico tedesco

di Rita Mascialino

 

Una caratteristica semanticamente molto connotativa del lessico tedesco, riscontrabile a tutto campo nella lingua e alla base della produzione dei neologismi tecnici e non tecnici, è la speciale articolazione dei concetti in termini composti ciascuno di più termini e relativi concetti. Tale peculiarità si inserisce in una visione il più possibile analitica del reale e nel contempo sintetica.

Prendiamo un paio di esempi per introdurre l’argomento: Augenblick, attimo in traduzione italiana – non ci occupiamo qui di tutte le possibili corrispondenze sinonimiche cosiddette che non interessano l’assunto. In italiano non sono visibili due parole, in tedesco sì: Auge-, occhio, dalla radice indoeuropea *ok, e -blick, sguardo, dall’antico alto tedesco blicchen-blicch nel significato originario di irradiare, splendere come accendersi, illuminarsi, ossia aufleuchten. Il significato attuale di blicken come guardare è derivato direttamente dal significato di strahlen, irradiare, inviare come raggio-strale, quindi rapidamente, come lo sguardo fosse anticamente considerato come un raggio, Strahl, inviato in linea retta dall’occhio, anche Pfeil, freccia, dardo, sugli oggetti, sugli esseri viventi, fenomeni in generale, eventi e simili. Si tratta di un’interpretazione di un antico modo di comprendere l’esperienza relativa all’attimo associato allo sguardo, capace di percepire velocemente, quasi di colpire rapidamente. Tutti ricordiamo i versi del Metastasio: “(…) Non si trattien lo strale Quando dall’arco uscì (…)”, strale rapido che si riferisce tuttavia non agli occhi, allo sguardo, ma alla parola come già la voce in Orazio, intese queste come strali, raggi e dardi – diversità semantiche a livello linguistico tra le varie culture, tra l’altro: meno propensione all’azione concreta nello strale di Metastasio, italiano, più propensione all’azione concreta nello strale del termine tedesco.

Tornando al nostro esempio, nella citata parola composta vi è originariamente e semanticamente una componente interessante per come veniva inteso lo sguardo, Blick, in un passato ormai abbastanza lontano, ma ancora presente nell’eco che accompagna il sostantivo: quasi come il lancio – rapido – di un’arma, quasi gli occhi fossero due armi essi stessi, capaci di lanciare metaforici strali, frecce, dardi. Una nota di conferma di quanto asserito: nel tedesco, quando si guarda qualcosa con il verbo blicken, si usa la preposizione auf , su con contatto, reggente l’accusativo, caso che nella fattispecie che indica il moto. Quale moto? Quello dei raggi che partono dagli occhi come strali e colpiscono ciò su cui si dirigono. Ciò fornisce sul piano psicologico e logico una visione dell’uomo che guarda stando in guardia, si perdoni il bisticcio, per difendersi da attacchi di altri o di altro, e che mandi in avanscoperta i suoi occhi messaggeri per vedere – e colpire – eventuali nemici, in un’ottica psicologica senz’altro aggressiva come sta espressa nell’antica semantica del termine in questione, ancora oggi in uso. Come accennato, la lingua tedesca mostra grande attenzione verso la più esatta spazialità delle azioni, dei moti che ovunque possibile specificano in dettaglio le direzioni collegate, ciò che si riflette anche nei sostantivi all’occorrenza, ossia i moti hanno esplicitazione per il possibile – per altro la lingua tedesca è lingua dell’esplicitazione ad oltranza, tutto deve essere chiaro e chiarito, ciò che rende possibile e agevola la migliore organizzazione dell’esistere. Questo risulta particolarmente consono anche nelle azioni belliche: rapidità, precisione massima, analisi e sintesi, sempre nella velocità. I tedeschi sono esperti soprattutto nella tristemente famosa guerra lampo o BlitzkriegBlitz collegato anche all’antico alto tedesco blic, medio alto tedesco blik nel senso di raggio di luce, rapido come il lampo, lo strale e simili.

Si può vedere in aggiunta come l’analisi sparsa a tutti i livelli nella lingua tedesca non ne riduca affatto il forte tasso di sintesi capace di evitare qualsiasi tasso, anche minimo, di perissologia del discorso – il tedesco non accoglie in sé il pleonasmo. Abbiamo visto come il sostantivo Augenblick, pur analiticamente composto, esprima una sintesi molto significativa dell’azione del guardare rapidamente e quindi del significato di attimo – che nei termini corrispondenti italiani appunto non c’è –, abbiamo visto come l’unione di gettare lo sguardo come uno strale onde significare momento, attimo e simili sia qualcosa di molto più dinamico che l’italiano corrispondente, il quale prende in considerazione solo il tempo in generale, senza specificazioni visibili e collegamenti ad azioni come al contrario in Augenblick e soprattutto senza riferimenti a occhi e strali qualsiasi, ciò che apre scenari psicologici e logici diversi. Per finire, il termine Augenblick, scomposto nella sua semantica vicina e lontana, ci fa anche visualizzare l’attimo nel suo risvolto psicologico e logico concreto, nonché il tipo di uomo nell’azione rapida, dell’attimo, con lo sguardo capace di vedere immediatamente, dinamicamente e per così dire di colpire ciò che vede.

Facciamo ancora un esempio, questa volta riferito ai verbi, spesso composti con particelle di vario significato che, tanto per cambiare, dettagliano i moti intrinseci all’azione concreta o astratta che sia e che, pur analitici in ampio grado, mostrano anche una sintesi molto compatta dell’azione stessa. Al proposito prendiamo in considerazione il verbo herbeipfeifen che in italiano ha bisogno di più parole adatte ad esprimere il medesimo concetto analitico e sintetico nel contempo. Vediamo come. Il prefisso di moto è composto della particella her, che indica avvicinamento a chi parli o comunque al soggetto dell’azione ed esprime anche l’avverbio qui in moto di avvicinamento come nell’usuale sintagma komm her, vieni qua – stato in luogo hier. Il prefisso herbei è composto anche della preposizione bei che indica lo stato in luogo presso, vicino. Le due componenti sono apparentemente in contrasto, ossia un moto e uno stato assieme, ma: un moto per la direzione dell’azione e l’arresto del moto presso la persona nella fattispecie. Il verbo pfeifen significa fischiare, quindi: fischiare per fare avvicinare fino a fermarsi presso la persona che fischia, in italiano: chiamare fischiando o chiamare con un fischio, in ogni caso servono più parole per esprimere l’azione intrinseca all’unico termine composto tedesco, ribadendo: pur analitico ben più che l’italiano, ma anche esprimente una logica più stringata – la lingua tedesca, come sopra accennato, pur nel dettaglio più minuto non conosce la perissologia nel formulare concetti. Ciò rimanda alla connotazione psicologica sia di una notevolissima attenzione al dettaglio, sia di una altrettanto notevole dinamicità e sintesi proprie della personalità del popolo tedesco, dinamicità e sintesi che possono corrispondere anche a una certa aggressività dell’azione, potenzialmente precisa e rapida nel contempo. Tale caratteristica, visibile non solo nei sostantivi e nei verbi tedeschi, ma appunto sparsa ovunque nella lingua a vari anche molto complessi livelli espressivi, centra in pieno la personalità del popolo tedesco per come si rivela o appare sul piano linguistico, nell’ambito semantico relativo alla psicologia e logica dei popoli. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                Rita Mascialino

https://it.wikipedia.org/wiki/Carmina_Burana La Ruota della Fortuna col. 1 r, dal Codex Buranus. Codice  custodito nella Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera.

venerdì 12 gennaio 2024

 RITA MASCIALINO, DEL ROGO SU CUI SI BRUCIA LA VECCHIA BEFANA

Articolo apparso sulla Rivista Culturale mensile cartacea  "OceanoNews", Direttore Dr. Massimo Massa, Gennaio 2024.

La derivazione del termine Befana come Epifania risale, come tutti sanno, al greco ἐπιϕαίνομαι, apparire, da ἐπιϕάνεια, epipháneia, da cui feste dell’apparizione – del divino – o manifestazione del divino di vario genere pagano e cristiano: riti di rigenerazione della natura, compresi i riti celtici e ulteriori comunque antichissimi, e manifestazione di Gesù alla nascita con visita e omaggio dei Re Magi, ossia Maghi, anch’essi stregoni, sembra il 6 gennaio. Qui tuttavia la riflessione riguarda il rito secondo il quale in alcune regioni italiane si accendano grandi falò, come ad esempio nel Veneto, ma non solo, per bruciare in essi il fantoccio rappresentante una vecchia, ossia la Befana, come simbolo per bruciare l’anno vecchio e far posto all’anno nuovo – i roghi in cui si bruciano fantocci di genere maschile per eliminare l’anno trascorso non interessano questa riflessione.



https://www.calabriamagnifica.it/costume-e-societa/la-befana


Tali roghi di vecchie per altro, retaggio di un antico passato fuso con tempi non troppo remoti, non ci sono solo all’Epifania, ad esempio anche a metà del periodo religioso della Quaresima si processa in Friuli, a Pordenone, una vecchia raffigurata in un fantoccio e accusata di essere responsabile di tutti i mali, infine per questo condannandola al rogo.

Relativamente alla Befana dunque, si tratta appunto di una vecchia collegata all’anno trascorso, la quale si deve supporre saggia se è vero che la saggezza accompagna simbolicamente la vecchiaia, una vecchia che cavalca per di più una scopa con cui viaggia liberamente nei cieli, in pieno possesso dei propri poteri, scopa come una protesi fallica che le permetterebbe di essere libera e di operare grandi cose, una donna speciale dunque capace di agire in uguaglianza ai maschi pur restando donna. Anche una vecchia strega, capace a quanto sembra di arti magiche rivolte al bene, all’elargizione di doni ai bambini.

Perché dunque presentare l’anno vecchio come donna e strega colpevole dei mali e quindi bruciarla al rogo? Perché presentare l’anno vecchio, grammaticalmente maschile per altro, come donna da bruciare? Certo già Eva è portatrice di morte e sciagure nel mondo stando alla maledizione scagliata sull’umanità a causa sua e del compagno nientemeno che da Dio (Sacra Bibbia 1962: Genesi: 3, 17) nell’antica leggenda della religione ebraico-cristiano-cattolica e così è anche per la Befana per via della condivisione del genere femminile, con le trasformazioni nel tempo dovute al fiabesco e le associazioni ai roghi di epoche trascorse. Di fatto un tempo era consueto pensare che i maschi portassero fortuna e le donne scalogna, ad esempio se il primo gennaio si vedeva al mattino un uomo passare per la strada, allora tutto l’anno avrebbe portato buone cose a chi aveva avuto tale privilegio, il contrario se si vedeva una donna. Tornando alla Befana, essa in sé è una donna fornita di poteri superiori, quasi per così dire maschili o forse proprio per questi suoi poteri poco graditi quando sospettati in una donna, i poteri dell’intelligenza, viene bruciata viva da qualche parte ancora oggi – metaforicamente, si intende –, per il suo ardire appunto di voler usurpare caratteristiche che in passato dovevano restare solo appannaggio maschile, quasi essa potesse fare concorrenza al potere dell’uomo. Ricordo che da piccola bambina vestivo quasi sempre calzoncini corti d’estate e allora il prete del paesino predicava accesamente in chiesa contro le bambine che osavano vestire pantaloni, magari future streghe, magari possibili future Befane da mandare simbolicamente al rogo, chissà mai.

Comunque invece di essere ringraziata per i suoi doni, questo auspicando il suo magico ritorno per sempre negli anni venturi, essa viene – userei il termine corretto se non infastidisce – assassinata con un rito che non può evitare di associarsi alla tristissima memoria della morte al rogo di donne concrete, accusate di stregoneria, organizzato dal Tribunale dell’Inquisizione durante tanti secoli non molto distanti. Io ho sempre amato la festa della Befana più di ogni altra nel periodo natalizio e di passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo e non ho mai assistito, pur potendolo fare ed essendo stata invitata più e più volte, né voglio assistere, al rogo della vecchia per metaforico che sia.

Possibile che oggi, in tempi che sono cupi ancora per tante donne nel mondo, si festeggi la fine dell’anno trascorso personificandolo al femminile in una vecchia da uccidere bruciandola al rogo e dimenticando i suoi dolcissimi doni concreti e metaforici di un’intera vita? Certo, la Befana è dotata di scopa nel significato di cui sopra, è una strega e una donna audace, capace di intelligenza, ma se questo bastava in passato a giustificare i roghi per le donne streghe che volevano essere libere come i maschi, oggi la morte della Befana al rogo di inizio d’anno si associa, inevitabilmente per somiglianze nel profondo, al festeggiamento metaforico del donnicidio come punizione per il suo ardire. Non sarebbe una festa più bella, nelle regioni in cui si brucia ancora la vecchia, ardere una pira senza genere maschile o femminile personificante l’anno passato, proprio dando l’incarico alla vecchia Befana di accendere l’innocuo rogo in una edizione più umana del rito, in una conciliazione festosa con le donne che vogliono godere del diritto alla libertà e all’intelligenza?

Riflettendo per altro, nella nuova attribuzione dei generi che impegna tanto assiduamente e ostinatamente i tempi attuali in alto loco, non ci sarebbe da meravigliarsi se, dato che anche la divinità è ancora di genere assolutamente maschile, qualcuno ritenesse e magari decidesse in qualche Commissione Europea di attribuire un genere non più maschile in assoluto alla divinità stessa, così da aggiornare la visione del mondo dell’umanità o di parte dell’umanità. Viviamo in tempi di audaci aggiornamenti, di cambiamenti e trasformazioni per così dire, nel piccolo, nel molto piccolo,  rivoluzionari, per cui anche il rito della Befana potrebbe essere rieditato diversamente, insisto: più umanamente così che anche il rito della Befana potrebbe essere aggiornato – io ho sempre avuto e ho grande rispetto dei vecchi, anche di quelli insopportabili, forse per questo mi dispiace che si festeggi il rogo di una vecchia, di una strega portatrice di buone cose concrete e ideali.  

Il rogo per la vecchia Befana è soltanto uno scherzo festoso? Certo, lo sappiamo tutti, di pessimo gusto visti gli inevitabili agganci alla memoria storica.

Segue un esempio (John Edwards Inquisition  2006: Mondadori: 27) di tale memoria storica associativa per alcuni tratti rilevanti e pertinenti in questa riflessione

 

“(…) Uno dei primi inquisitori, Guillaume Pelhisson, riferisce con orgoglio di casi che al lettore moderno appaiono di una terribile crudeltà. Nel 1234, per esempio, quando la notizia della santificazione del loro fondatore raggiunse Tolosa, i domenicani, tra cui il vescovo della città, Raimondo di Miramont, si radunarono nel convento per celebrare la messa. Prima che sospendessero le preghiere per pranzare, giunse loro la notizia che un’anziana donna, sospettata di essere una catara, era in punto di morte (presto lo sarebbe stata davvero, in un modo inaspettato e orribile). Il vescovo si recò a farle visita e, poiché i suoi parenti non riuscirono a metterla in guardia, la donna pensò che egli fosse un perfectus cataro e gli aprì il suo cuore. Come risultato, Raimondo la condannò sommariamente come eretica impenitente e la donna fu immediatamente portata fuori dalla sua casa, ancora nel letto, e arsa viva; dopo di che i domenicani tornarono al loro pranzo, per celebrare il nuovo santo patrono (…)”

 

Un’associazione e una riflessione inopportune queste in una lieta ed immemore festività tra il rogo metaforico di una vecchia Befana e il rogo reale di una vecchia malata considerata eretica? L’associazione disturba la festa così bella, non il pranzo per il patrono ovviamente, ma l’allegra cena con gli amici al caldo del caminetto? Non è elegante una simile comparazione in un’occasione di festa? Può darsi, ma le memorie storiche, per essere maestre di vita, vivono anche e soprattutto di associazioni tra i fatti.

 

                                                                                              Rita Mascialino

 


 

domenica 7 gennaio 2024

RITA MASCIALINO: 'ANSWER' di SARAH MCLACHLAN

 

La canzone Answer, Risposta, è composta dalla cantautrice pop Sarah McLachlan (Halifax 1968), performata al pianoforte e cantata dalla stessa con una voce che si potrebbe dire, metaforicamente, un dono di Dio, più concretamente: dono della genetica e della ipersensibilità della canadese Sarah. Si trova inserita nel suo album Afterglow (2003), qui tradotto con Ultimo bagliore come lo è quello del riverbero delle ultime luci del tramonto.  È stata inserita anche nell’interessantissimo film del regista irlandese Neil Jordan (Sligo 1950) The Brave One (2007) sia in una scena del film, sia nei titoli di coda – quando la protagonista, a casa ormai da sola, accende il Lettore, la musica e il canto irrompono magnifici introducendo il ricordo della dolcezza della felicità trascorsa e per sempre interrotta tragicamente, mentre alla fine i suoni sono quasi sommessi, essendo la protagonista sola con i propri crimini, tali seppure commessi con giustizia. Due parole sulla traduzione del titolo del film in italiano. In inglese il genere del personaggio protagonista della vicenda, interpretato da una insuperabile Jodie Foster (Los Angeles 1962), si riferisce a una persona di genere non esplicito dato l’articolo uguale per tutti i generi e il pronome personale che può valere sia per il maschile che per il femminile. Il buio nell’anima, nella traduzione libera, aggira lo scoglio del genere, ma modifica il significato del titolo originale e anche del film, come qui non è possibile spiegare, si andrebbe fuori tema.

https://spectrumlocalnews.com/tx/south-texas-el-paso/news/2023/12/12/sarah-mclachlan-announces-2024-tour


Venendo alla semantica di musica e testo poetico, il tono di fondo della canzone rievoca un genere tipicamente proprio della donna per la sua voce più alta e meno dura di quella maschile, più bassa: la nenia come ninnananna nel doppio aspetto funebre quando accompagna il morto nel regno del sonno eterno, anche di ninnananna che accompagna i bambini nel sonno da cui si sveglieranno ancora più che mai vivi. Da non confondersi con il canto funebre nella musica ecclesiastica, la nenia è di antichissima origine, è un canto al femminile noto dalla cultura dell’antica Roma in particolare. A proposito della donna per così dire ritenuta adatta ad avere il rapporto più diretto con la vita essendo generatrice di vita e, destinata a morire ogni vita, anche indirettamente di morte, è interessante ricordare i due aspetti della preistorica e più che sinistra Dea Madre: quello dell’uccello che annuncia e porta l’uovo, la fecondità, la vita, rimasto ancora oggi nel mondo della fiaba come cicogna che porta i bambini, e quello dell’avvoltoio che annuncia e porta la morte.

Testo poetico della canzone (http://songmeanings.com/view/) e Video YouTube relativo alla canzone (https://www.youtube.com/watch?v=f6pQcpFnXOI)

Answer

“I will be the answer at the end of the line
I will be there for you while you take the time
In the burning of uncertainty, I will be your solid ground
I will hold the balance if you can't look down

If it takes my whole life, I won't break, I won't bend
It'll all be worth it, worth it in the end
'Cause I can only tell you what I know
That I need you in my life
When the stars have all gone out
You'll still be burning so bright

Cast me gently into morning
For the night has been unkind
Take me to a place so holy
That I can wash this from my mind
The memory of choosing not to fight

If it takes my whole life, I won't break, I won't bend
It'll all be worth it, worth it in the end
'Cause I can only tell you what I know
That I need you in my life
And when the stars have all burned out
You'll still be burning so bright

Cast me gently into morning
For the night has been unkind”

 

Traduzione di Rita Mascialino:

Risposta

“Voglio essere la risposta alla fine del viaggio

Voglio essere là per te mentre prendi tempo

Nell’incendio dell’incertezza, voglio essere la tua solida terra

Voglio tenerti in equilibrio se non puoi guardare giù

 

Se ci vorrà tutta la vita, non voglio spezzarmi, non voglio piegarmi

Ne varrà la pena, fino alla fine

Perché posso solo dirti che so

Che ho bisogno di te nella mia vita

Quando le stelle si saranno tutte spente

Tu risplenderai ancora così radioso

 

 

Lanciami gentilmente dentro al mattino

Perché la notte è stata scortese

Portami in un posto tanto sacro

Che io possa lavare via questo dalla mia mente

La memoria di aver scelto di non combattere

 

Se ci vorrà tutta la vita, non voglio spezzarmi, non voglio piegarmi

Ne varrà la pena, fino alla fine

Perché posso solo dirti che so

Che ho bisogno di te nella mia vita

Quando le stelle si saranno tutte spente

Tu risplenderai ancora così radioso

 

Lanciami gentilmente dentro al mattino

Perché la notte è stata scortese”

 

Una premessa: la traduzione di Mascialino interpreta, diversamente dalla generalità delle traduzioni e tra l’altro, il sintagma I will (…) come è nella realtà della mente inglese, ossia un tempo presente, espresso con un modale che indica che l’azione non è ancora compiuta – tutti i futuri sono in questa lingua presenti indicativi di un tipo o l’altro, questo specificamente è composto dal presente indicativo del verbo modale volere, will, in voglio essere, quindi sarò, per così dire. Questa scelta è dovuta all’interpretazione generale del testo che parla della volontà enfatizzata della protagonista di essere forte – i dettagli fra poco. Tale interpretazione è indirettamente confermata dalla forma abbreviata I’ll che compare nel secondo verso della seconda e quarta strofa, dove il verbo shall e will non sono enfatizzzati, bensì scompaiono nell’unica forma verbale che non esprime la volontà della protagonista, ma si riferisce a un’opinione espressa non in prima persona, ma impersonalmente, alla terza persona del neutro. Compare quattro volte in due versi anche nella forma negativa abbreviata won’t riferita al fatto che la protagonista non si vuole spezzare né piegare – won’t, nella pronuncia, ripropone il verbo volere due volte, in will e want, entrambi appunto significanti volere, che in questi versi viene associato inevitabilmente al non volere presente nella forma won’t in un gioco di nuovo enfatizzante la volontà collegata al soggetto I, io, in un bel gioco linguistico – la forma sintetizza la negazione, ma il verbo will, enfatizzato in want, volere, maschera solo parzialmente se stesso, anzi lo ribadisce due volte in un termine unico.

Riprendendo la breve analisi semantica di Answer, si rinvengono dunque i tratti musicali della nenia, lenta e ripetitiva nei pochi cambi di accordi, cui la voce di Sarah McLachlan dà sensualissima tonalità fino alla sublimazione nel, di nuovo metaforico, celestiale. Già dall’inizio dei versi del testo poetico si parla di fine di una relazione erotico-affettiva che si sovrappone alla vita stessa – intesa come unione psicofisica di due esseri per la vita e per la morte –, dove la donna vuole essere presente quale funzione consolatrice, capace di dare forza nel momento più tragico, quello degli ultimi bagliori dell’amore e, sempre nella medesima ottica, della vita, dei quali il tramonto è simbolo principe. La protagonista, seguendo l’interpretazione di superficie, vuole dare speranza e forza alla persona amata perché affronti l’incertezza del momento grave, dei momenti gravi. La donna vuole dunque rafforzare la persona amata, vuole aiutarla ad affrontare le avversità, costasse anche il sacrificio di tutta la sua vita, fino alla fine.

Tale testo viene interpretato ovunque, come accennato, come rimpianto per l’amore perduto e per la volontà della donna di aiutare il compagno qualora avessero bisogno di lei, nel momento esistenziale più drammatico, la fine della relazione che si confonde poeticamente con la fine della vita. Sarah McLachlan stessa afferma di aver dedicato la canzone, testo compreso, al marito come our last song in the night of our wedding, la nostra ultima canzone nella notte del nostro matrimonio, ossia verso la fine del matrimonio stesso, percepita come fine della vita in due, estesamente per molti ulteriori accenni anche alla fine della vita stessa – ribadendo: spesso di fatto nel testo si sovrappongono i due ambiti. La donna vuole dunque sostenere la persona amata in tutte le circostanze in cui ci fosse bisogno del suo aiuto, fino alla fine, ne varrebbe la pena sempre, ad oltranza per così dire, così che affronti la fine e della relazione e della vita con equilibrio, aiutata ad avere coraggio di guardare il fondo da lei, dalla protagonista. La McLachlan esprime tuttavia il ricordo della scelta pregressa di non combattere, di rinunciare alla lotta. A parte il fatto che per aiutare qualcuno, occorre essere disposti in qualche modo anche a combattere per la persona da aiutare, oltre a ciò qui sta una delle contraddizioni la quale darebbe al testo la qualità negativa dell’incoerenza. In altri termini: può una donna che vuole essere il solido terreno su cui la persona amata possa stare senza perdere l’equilibrio, la stazione  eretta, può una tale donna che vuole essere forte, fortissima al punto di dare forza all’altro di fronte alla sofferenza e anche alla morte, accompagnandoli così nella vita e nella non vita, può questa donna poi dichiararsi debole al punto di chiedere alla persona, che dice di voler aiutare in quanto incerta e debole, di avere la forza di lanciarla, cast me, lanciami, non di portarla, ma addirittura di lanciarla con un gesto che implica forza, seppure gentilmente, dentro al mattino perché possa risorgere con esso, visto che la notte è stata dura e crudele con lei? Certamente no, pena la sconfessione di quanto ha promesso di voler fare. Non solo, ma in aggiunta: la protagonista chiede alla persona amata, che voleva aiutare a uscire dalla sua debolezza perché avesse forza per affrontare vita e morte, nonché separazione negli affetti, chiede dunque alla persona in questione, che sappiamo, dal testo esplicito, più debole di lei, che questa abbia improvvisamente la forza, enorme, di lavare via, ossia di eliminare dalla mente della donna la memoria di aver scelto di non combattere, di non avere forza dunque. Proprio in questa richiesta, secondo quanto sta nel testo e si evince da esso, c’è una ulteriore contraddizione, grossa, tale che provoca il crollo totale della poesia nell’incoerenza e toglie ogni valore alla promessa della donna di volere aiutare e dare forza. Ciò potrebbe essere, ma all’analisi più profonda del testo ciò non risulta, come vedremo subito. Ricapitolando: avendo la McLachlan dichiarato la sua volontà di farsi aiutare a cancellare dalla mente il ricordo di non aver voluto combattere, azione che non riesce a fare da sé, ma per la cui riuscita chiede aiuto proprio alla persona cui voleva dare la propria forza, avendo dunque la McLachlan dichiarato ciò, il lettore può pensare che sia tutto corretto: chi meglio dell’autrice può sapere come stanno le cose nell’interpretazione delle sue opere? Nessuno. Invece l’autore è in realtà l’ultima persona da ascoltare nell’interpretazione delle sue opere, nel senso che si trova di fronte ad esse come qualsiasi lettore inesperto e anche peggio talora, se ha paura della propria più profonda verità espressa nelle sue opere. Occorre analizzare i testi per capirlo e gli artisti non sono in genere le persone più qualificate per farlo, non mi soffermo sui motivi alla base di ciò. E pochi analizzano. Che l’autore non vada del tutto ascoltato nelle interpretazioni, a meno che non sia un analista rifinito, è noto già dal 1946 – anche da un trentennio prima  a voler essere più precisi – con la Intentional Fallacy di Wimsatt e Beardsley, con cui l’intenzione o le intenzioni semantiche degli autori, le loro opinioni, non avevano l’ultima parola in fatto di interpretazione – con il New Criticism ha perso la preminenza anche l’assegnazione di significato alle opere attraverso l’analisi del contesto storico, biografico etc. Ora potrebbe essere che l’opinione della McLachlan sia corretta, con relativa caduta nell’incoerenza che la sua eventuale opinione non può comunque evitare. Tuttavia, se si valuta il testo in sé, senza lasciarsi suggestionare da quanto un autore o l’altro dice, anche un critico o l’altro dice, si possono avere delle sorprese semantiche non da poco. Ed è quello che andiamo a fare nella fattispecie.

Dimentichiamo che il testo si rivolga al marito della McLachlan, per altro nel testo, a parte la decisione di dedicargli la canzone a posteriori, nulla si riferisce esplicitamente al marito o a un compagno, c’è solo un tu che si può riferire a una persona, a chiunque, certo a una persona amata, questo resta chiaro in qualsiasi livello esegetico – un tu, you singolare, non si può, tra l’altro, chiedere a tutto il mondo di lanciarci nel mattino, ma ad una persona sola, unica, appunto amata, amatissima.  È la McLachlan che dice, dopo aver composto la canzone, di dedicare definitivamente, dopo riflessioni quindi, la canzone al marito. Dimentichiamo tutto ciò, non le contraddizioni però, e proviamo a cambiare totalmente l’esegesi del testo – che non esclude la dedicazione, che può rimanere, ovviamente con ben altro significato. Se si interpreta la canzone come dedicata in primis alla McLachlan, a se stessa, scompaiono tutte le contraddizioni e il testo domina sovrano in bellezza e profondità, come canto della donna a se stessa per avere da se stessa la forza di vivere e di morire, di amare malgrado la fine del suo amore per il compagno. È a se stessa che Sarah McLachlan rivolge la promessa di tenere duro, di non spezzarsi e di non piegarsi, questo fino alla fine, della vita, ma anche del suo amore, ad oltranza quindi. Ed è  la protagonista che chiede a se stessa di avere la forza di lavare via, ossia di eliminare la memoria del momento in cui, afflitta e abbattuta, non avrebbe più voluto combattere. Così in questa interpretazione che toglie ogni contraddizione e fa emergere in Sarah McLachlan la donna straordinaria che è, la donna che vuole farcela chiedendo a se stessa l’aiuto per vivere e morire, per amare, questo vale la pena di raggiungere, essa dice nel suo intensissimo testo poetico, perché essa ormai sa che nessun altro glielo può dare e sa anche che essa si ama e si deve amare, come nessun altro potrebbe mai.

Resta da mettere in collegamento il testo, qui così interpretato ed emendato da ogni contraddizione – emersa nel testo linguistico come parola sfuggita al profondo inconscio – con la musica, con la nenia, che accompagna nella quiete, eterna o momentanea, non apparentemente adatta alla volontà di resistenza tenace della protagonista. Viene al proposito in soccorso l’avverbio gently, gentilmente,  il primo verso della terza strofa e dell’ultimo distico: il lancio gentile nel mattino dopo una notte non gentile, a inaugurare l’inizio di una nuova vita, la sua, in modo appunto gentile tuttavia, non violento, non rancoroso verso chi le ha fatto del male nella sua vita percepita come una notte crudele, unkind, all’insegna, implicitamente, di uomini,  di un uomo unkind, mentre essa e il suo nuovo mattino sono kind, gentili, secondo un femminile che non dimentica mai la propria natura non violenta, non rancorosa. La risposta, di Sarah McLachlan ai mali della vita è il proprio rafforzamento attuato in solitudine, facendosi forza da sé, sempre nella gentilezza d’animo che contraddistingue la natura della donna, la sua natura. Da ciò, in parte, la tonalità della nenia, non un ritmo che istighi alla violenza, ma una dolcissima aria che si sposi perfettamente con il lancio gentile in un nuovo inizio della vita, in un risveglio non impostato alla violenza, ma comunque alla bontà, anche se capace di combattere per realizzare questo risveglio dopo una vita paragonata ad una notte crudele, con le armi messe a punto dal proprio rafforzamento, dalla propria disponibilità ad aiutarsi anche in solitudine per non soccombere. Come abbiamo visto, alla richiesta di aiuto che essa pone a se stessa, Sarah lo trova in se stessa, essa sarà la riposta al femminile, come recita il primo verso della poesia stupenda, una donna che non si aspetta nulla dagli altri, dagli uomini, dall’uomo che ha amato e che non l’ha aiutata, facendola al contrario soffrire. Ma qui soprattutto vengono in soccorso della scelta della nenia anche e soprattutto i due molto suggestivi versi della seconda e quarta strofa When the stars have all gone out/You’ll still be burning so bright, Quando le stelle si saranno tutte spente/Tu arderai ancora tanto luminosamente. Da un lato la donna continuerà a brillare di luce propria, della propria promessa e speranza, ma non solo, messo appunto tutto ciò in contatto con la scelta della nenia, i versi si possono riferire ad una vita nella luce del duplice nuovo inizio che avverrà al canto della nenia, del canto femminile che accompagna nel duplice sonno, passeggero ed eterno. A questo punto tutti i giochi sono chiariti: la nenia accompagna la donna anche nel risveglio dell’ultimo mattino nella gloria della luce eterna.

Straordinaria, sconvolgente di dolcezza femminile è la poetessa e compositrice Sarah McLachlan nella canzone Answer

                                                                                                                                 Rita Mascialino

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Rita Mascialino, Dante e il binario esegetico della valletta dei principi: analisi e interpretazione

(Divina Commedia, Purgatorio, Canto VII,73-81)


Immagine in: commons.wikimedia.org


Il luogo così stupendamente rappresentato da Dante (riferimenti: saggio Dante di Rita Mascialino pubblicato in occasione della celebrazione del Settecentenario della morte di Dante, Cleup Editrice Università di Padova 2021) si trova nel Purgatorio, detto anche Antipurgatorio, dove scontano la loro pena gli imperatori, i re, i principi e i nobili negligenti, coloro che, pur non essendosi macchiati di colpe gravi, dedicarono più tempo ai piaceri della vita di quanto ne dedicarono alla cura dei loro alti doveri, alla fede, a Dio, né intervennero in aiuto ai popoli come avrebbe richiesto la loro funzione di potere, di comando, di guida o come avrebbero potuto. La loro sosta nella valletta di straordinaria bellezza, evocando i godimenti materiali della vita cui si diedero troppo intensamente, non è propriamente motivo di letizia, ma di malinconica sofferenza, di sospiri, come pure la faticosa salita del monte durante il giorno rappresentano quanto ad essi spetta come pena per la legge del contrappasso.

Statua di Dante Alighieri a Verona, Italia: it.freepik.com 


Rita Mascialino, Dante e il binario esegetico della valletta dei principi: analisi e interpretazione

(Divina Commedia, Purgatorio, Canto VII,73-81)

Il luogo così stupendamente rappresentato da Dante (riferimenti: saggio Dante di Rita Mascialino pubblicato in occasione della celebrazione del Settecentenario della morte di Dante, Cleup Editrice Università di Padova 2021) si trova nel Purgatorio, detto anche Antipurgatorio, dove scontano la loro pena gli imperatori, i re, i principi e i nobili negligenti, coloro che, pur non essendosi macchiati di colpe gravi, dedicarono più tempo ai piaceri della vita di quanto ne dedicarono alla cura dei loro alti doveri, alla fede, a Dio, né intervennero in aiuto ai popoli come avrebbe richiesto la loro funzione di potere, di comando, di guida o come avrebbero potuto. La loro sosta nella valletta di straordinaria bellezza, evocando i godimenti materiali della vita cui si diedero troppo intensamente, non è propriamente motivo di letizia, ma di malinconica sofferenza, di sospiri, come pure la faticosa salita del monte durante il giorno rappresentano quanto ad essi spetta come pena per la legge del contrappasso.

Tuttavia proprio la magnificenza del luogo, a prescindere dalle pur dovute motivazioni esplicite in ambito allegorico, non pare risultare del tutto consona a una pena da scontare e ciò è un primo problema che si presenta all'interpretazione e che induce, in primis, ad approfondire l’analisi, come andiamo a fare. Riflettendo al proposito, viene da pensare, se ad esempio le carceri fossero luoghi tanto meravigliosi, certo la nostalgia sarebbe forte per la libertà mancante, ma il soggiorno sarebbe meno spiacevole che lo stare in dieci in una stanzetta chiusa consona solo a una persona e Dante non poteva non sapere che la bellezza della valletta per come l’ha descritta avrebbe rappresentato comunque qualcosa di bellissimo da guardare. Da ciò il binario esegetico relativo alla valletta e indispensabile per comprendere il senso profondo di tale luogo molto speciale, come vedremo nella presente prospettiva esegetica che apre uno scorcio sull’estetica artistica di Dante, come sembra emergere dal suo testo secondo l’ambito semantico dello stesso.

Segue il testo relativo alla descrizione dantesca della valletta dei principi qui in analisi (Provenzal a cura di 1960: 368-369):

 

(73)Oro e argento fine, cocco e biacca,/

(74)indaco, legno lucido e sereno,/

(75)fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

 

(76)dall’erba e dalli fior dentro a quel seno/

(77)posti, ciascun sarìa di color vinto,/

(78)come dal suo maggiore è vinto il meno./

 (79)Non avea pur natura ivi dipinto,/

(80)ma di soavità di mille odori/

(81)vi facea uno incognito e ‘ndistinto./

 

 

Dei colori della concretezza, di cui scrive o descrive o parla Dante nel suo straordinario – e magnifico –  pezzo, non sono a disposizione riscontri concreti oggettivi, ossia non ci sono lo smeraldo né l’argento fine cui si riferisce Dante e così per tutte le ulteriori cromie, come ci sarebbero invece ad esempio, per restare nel contesto artistico in cui si svolge la descrizione dantesca, in un’opera d’arte figurativa o in vernici stese in spazialità astratte sulla tela, ossia ribadendo: si è sempre soltanto e ovunque a livello di sole parole che trovano conveniente riscontro nell’immaginazione di Dante e più o meno intensamente in quella dei lettori. Certo si tratta di una valletta che appartiene al mondo del divino, ma il divino, esprimendosi inevitabilmente in parole umane, va analizzato e compreso sul piano del linguaggio umano ed è ciò che andiamo a fare. Dunque Dante dice che ciascun colore da lui presentato sarebbe superato dai fiori e dall’erba posti nella valletta, così come il minore cede di fronte al maggiore. Ci si deve fidare di quanto afferma Dante che nella sua visione poetica vede le differenze tra i colori della valletta e quelli reali – che egli ha nella sua immaginazione, perché neanche Dante ha davanti o in mano lo smeraldo nell’ora che si fiacca e così via. È chiaro che, sempre, con la parola si dà spazio, ora più grande ora meno, all’immaginazione, tuttavia sorge un problema esegetico: perché inserire un condizionale, sarìa, se la persona, che descrive la scena, è Dante stesso, il quale non può dubitare di quanto asserisce perché ha i due mondi a disposizione. Ma il reale concreto è a sua disposizione non nel riscontro oggettivo e concreto, bensì nell’immaginazione, così come la valletta sta nell’immaginazione poetica, così che sia la valletta che il reale concreto stanno entrambi nell’immaginazione di Dante senza possibilità per nessuno di verificare, possibilità che, come più sopra evidenziato, non ha neanche Dante come il condizionale conferma in luogo dell’indicativo nell’ipotesi per così dire irrealizzabile. Chiarendo ancora lo scheletro logico del molto complesso brano: non ha neanche Dante, come testé asserito, in quanto neanche Dante ha, come più sopra, lo smeraldo nell’ora in cui si fiacca e perciò si deve appoggiare all’immaginazione nella spazialità a binario. Allora, stando così le cose, esplodono i colori posti dal massimo poeta all’inizio della descrizione come colori che nessuna arte visiva o realtà concreta può uguagliare e meno che mai superare. Seguono poi, nelle associazioni inconsce alla base del linguaggio, i termini relativi al profumo: incognito e ‘ndistinto, che si adattano in toto al metaforico binario citato rappresentato dalla valletta e dal reale concreto, in parallelo: incognito, in quanto nessuno può saperne qualcosa; indistinto in quanto pare essere una fusione di tanti odori, di cui di nuovo nessuno può sapere alcunché, aggettivo particolarmente  speciale soprattutto quest’ultimo che si proietta nascostamente, ma non troppo – o forse molto evidentemente – sulla non distinzione tra cromie della valletta e cromie del concreto entrambe componenti dell’immaginazione dantesca. Ricapitolando: ciò che Dante presenta dunque sono i colori in sé, che sarebbero inferiori rispetto a quelli della valletta cui il linguaggio è o sarebbe inadeguato. È tuttavia con tali colori di minor intensità e pregio rispetto a quelli della valletta, assenti nella descrizione, che Dante per così dire assale esteticamente il lettore lasciandolo senza fiato con una successione cromatica ininterrotta e culminante nel verde della gemma preziosa, lo smeraldo, colori che, privi della spazialità della concretezza mancando oggetti o figure in cui essere rappresentati, condividono l’astratta spazialità delle immagini mentali dinamicamente riplasmantisi in contorni sempre diversi corrispondentemente alle parole che le hanno evocate. Chiarendo ancora: lo scenario raffigurato da Dante appare, secondo quanto sta nel testo, come fatto di finissime scintille dorate e argentee, iridescenti, nonché di fluttuanti macchie cromatiche non cristallizzate in alcun modo, neanche in pennellate come lo possono essere in un dipinto di arte astratta in cui le macchie sono inevitabilmente stabili.

A questo punto, prima di continuare con l’analisi, è opportuna una digressione sul motivo precipuo per cui gli antichi consideravano la poesia come la suprema tra tutte le arti. È la natura intrinseca alla parola che rende l’espressione poetica la più potente per il maggiore spazio che dà all’immaginazione, al sogno, nella mente di ciascuno se solo questo ciascuno sappia immaginare, sognare. La realtà concreta ha diversa potenza estetica, più limitata e seppure grande e anche grandissima anch’essa, non può competere o tantomeno uguagliare con le potenzialità della parola. E Dante è il grande, grandissimo, potente sognatore quando è poeta tale che dà a chi lo voglia seguire il binario su cui avanzare in mondi in cui non sarebbe di entrare da solo o avrebbe paura ad avventurarsi senza la guida e l’aiuto dei poeti, del più grande poeta nella fattispecie.

Dopo il chiarimento relativo alla descrizione della valletta in cui Dante ha creato poeticamente quanto in gran parte inconsciamente, come accade nella più vera profondità artistica, il percorso estetico insito nelle potenzialità espressive del linguaggio, continuiamo con l’analisi ulteriore del pezzo, in cui l’oscurità e la particolare spazialità dei luoghi sono di nuovo di specifica rilevanza per la semantica del pezzo così come è stata chiarita più sopra. Dunque quando Dante entra nella valletta, è prossima l’oscurità, nella particolare luce opalescente che accompagna la scomparsa del sole, una parte della giornata che risulta rilevante per il significato del pezzo. In questa atmosfera tutto si presenta come immerso in uno speciale scintillio – cui alludono l’oro e l’argento fine (73) che, posti subito all’inizio della scena, diffondono nella proiezione mentale conseguente la loro luce come stupendo sfondo del crepuscolo che precede il buio della notte. Si può ritenere che l’oro rappresenti il giallo e l’argento il bianco dei fiori, ma più verosimilmente i due metalli rappresentano la colorazione della luce al tramonto, dorata e argentata – per altro il bianco c’è già, citato nel medesimo verso (73) come biacca. Perché è importante l’ora del giorno: il crepuscolo con la sua luce sognante e l’oscurità favoriscono l’affondo nel particolare linguaggio immaginifico inconscio, lontano dalle cure del giorno. In tale atmosfera ovattata si individua il percorso, molto rilevante semanticamente, che conduce alla valletta.  Si tratta di una via misteriosa che si apre tra gole, montane e insenature – il monte è circondato dal mare –, irregolarità, ripidi dislivelli naturali (70-72; 368), un percorso che si è ritenuto analizzare a questo punto, dopo aver chiarito opportunamente la speciale natura estetica del pezzo dantesco:

 

(70)Tra erto e piano era un sentiero sghembo/

(71)che ne condusse in fianco della lacca,/

(72)là dove più che a mezzo muore il lembo./

 

Una via non dritta, ma obliqua, torta, una via non agevole, scoscesa, quella che conduce all’ingresso della speciale valletta costituita da una profonda gola. Si è verso la fine del tramonto, prima della totale oscurità, nella luce ideale per la produzione di sogni e immaginazione, per l’introspezione, per l’emersione dell’interiorità. Perché la via sia tortuosa è intuibile: la via che conduce al reale quotidiano, con cui l’uomo ha dimestichezza, è percorribile senza soverchie difficoltà; lasciando stare gli importanti percorsi dell'allegoria, ma occupandoci della semantica, vediamo come la via che conduce all’immaginazione artistica, ai percorsi che non stanno all’esterno, ma si devono cercare e creare nell’oscurità della mente, sia poco nota, un luogo oscuro e per molti aspetti inesplorato Dante cita anche, non a caso, ma in piena sintonia con il suo addentramento nell’immaginazione estetica, il verbo morire a proposito dell’ingresso basso, profondo, nella valletta o, più esattamente, nelle immagini mentali fatte di colori fluidi e irregolari, dinamici. L’ingresso nell’arte immaginifica della parola poetica, come nel testo dantesco secondo questa analisi, associato, seppure indirettamente, al morire, è lontano quindi in modo estremo dalla vita concreta, reale, di sangue e carne, quasi la sensibilità artistica, poetica nella fattispecie, sia così fine ed estenuante da essere più vicina ad un morire per quanto metaforico che al vivere concreto – problematica intrinseca all’arte ben nota al poeta dei poeti Dante. Ecco dunque che per quel sentiero sghembo attraverso uno scomodo ingresso e guidati da associazioni di morte come lontananza dalla vita concreta, si è sorpresi, detto con un’iperbole molto consona, dall’inondazione di colori usciti dalla mente del poeta senza aggancio diretto ad alcuna realtà concreta, a fiori o piante che ne limiterebbero l’effetto venendo esso condiviso con la forma conchiusa e in tal senso statica.  Ma non basta. Soffermandoci ancora nella comparazione tra i colori descritti da Dante e immaginabili e quelli non descrivibili della valletta: si è, come accennato, in un ambito estetico, non collegato a nulla di concreto, non a una pena, non alle anime che si purificano dai loro peccati - al di là ovviamente dell'ambito allegorico. È come una scena isolata dal resto, la quale mostra e nasconde il suo doppio volto dietro il sipario estetico. In tale livello finemente estetico la presenza della valletta secondo il testo dantesco e la sua semantica come è stata identificata in questo studio, afferma una volta di più – sul piano simbolico – l’immaginazione poetica, la potenza della parola poetica, della poesia quale arte superiore a qualsiasi altra. Si tratta, come sostenuto in questo studio, del tema estetico cruciale dell’arte, della creatività artistica, dei mondi creati dai poeti, mondi che, pur sorti sul piano della natura umana – non si parla esplicitamente di natura divina nella descrizione della valletta –, nulla può superare e che permettono di entrare nella mente umana al suo livello più profondo, questo secondo le profondità semantiche insite nel testo di Dante. In ogni caso, restando nello specifico, dopo i versi considerati in questa prospettiva analitica si constata come Dante, significativamente, abbandoni per sempre qualsiasi riferimento alla bellezza della valletta e passi a descrivere le anime, passi a discorsi con Sordello e Virgilio, all’immaginazione per così dire concreta, riferita a persone, a vicende e idee ad esse relative, ossia non vi sia più alcun riferimento ulteriore né diretto, né indiretto, all’estetica della valletta, alla sua natura. Di fatto la finalità della sua straordinaria comparsa riferita all’arte poetica è ormai stata adempiuta, per cui non avrebbe avuto forse molto senso per Dante riallacciarsi in qualche modo alla sua bellezza con il rischio di farla decadere dallo splendore con cui Dante la tratteggia da Maestro all’inizio.

Una valletta dantesca talora sottovalutata e considerata in non pochi casi addirittura banale, ma che in questo studio, tra gli altri, si offre come un vero e proprio omaggio di Dante alla creatività poetica, potente al di sopra di qualsiasi realtà dell’ambiente umano concreto, realistico, come nello speciale binario di cui sopra. Certo, per recepire le profondità dell’arte in generale e di quella poetica fatta di immaginazione espressa in parole, sena solidi né a vista riconoscibili punti di riferimento nel concreto, è necessario non arrestarsi alla superficie del testo artistico, delle spazialità convogliate dalle parole. Se pertanto la semantica dell’arte, ossia il suo fulcro più straordinario e più vero, viene fatto emergere, viene fatto salire allo scoperto per il possibile, allora la valletta si rivela per straordinaria creazione artistica

Straordinario gioiello dantesco – secondo questa analisi – sul piano conscio e delle associazioni inconsce, riferito al cammino che porta all’immaginazione poetica: obliquo, non diretto, tra dislivelli scoscesi, gole montane e insenature le quali nascondono quanto contengono, vie non piane, non facili a percorrersi, ingresso nel profondo, non agevole, vicino quasi a una morte in una punta di finissimo eros sul piano della sublimazione estetica e finalmente, solo per chi abbia osato avventurarvisi, per gli artisti e i poeti in primo luogo, per chi abbia occhi capaci di indagare la penombra e anche l’oscurità della mente, allora si ha la possibilità di vedere i tesori che giacciono celati e appunto premiano chi abbia avuto il coraggio di intraprendere l’aspro e solitario viaggio che  ad essi conduce, come sa descrivere Dante in straordinari versi esteticamente penetranti nella mente e nella sensibilità di chi sia capace di affrontarli, di accoglierli.

Un luogo denso di simbologie accertabili sul piano della spazialità dinamica dell’espressione linguistica (Mascialino 1997 e segg.), sia nella punta del suo iceberg, sia nella nascosta e immensa radice, sconosciuta in parte non piccola anche agli artisti stessi che pure ne sono in contatto privilegiato e – secondo la loro grandezza – ne esprimono scorci fuori dal comune sentire, contenenti la semantica più estetica o profonda delle immagini, dell’arte, come quelle di cui si compone lo speciale paesaggio messo in scena finissimamente e si può dire insuperabilmente da Dante, potente e stupendo poeta, capace di percorrere le vie impervie della sensibilità estetica e di renderle, per il possibile, praticabili ad altri.                                                                                                                                                

Rita Mascialino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

Immagine: Rita Mascialino, 22 settembre 2023
'Studio FotograficoValentina Venier'
Via Grazzano 38 - Udine


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

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