domenica 7 gennaio 2024

Rita Mascialino, Dante e la svalutazione della donna


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In questo studio facente parte della 'Trilogia Dantesca' (riferimenti: saggio Dante di Rita Mascialino, Cleup Editrice Università di Padova 2021) verrà riservato il maggiore spazio all’esegesi del sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare ritenuto fondamentale per la comprensione della sfaccettata immagine della donna in Dante accanto alla citazione di passi significativi del De vulgari eloquentia. Molto rilevante è per il significato del pezzo la semantica convogliata dai termini visti nella loro diacronia, ossia tenendo conto sia del loro lungo e lunghissimo, anche di arcaica origine, viaggio nel tempo, sia dell’evoluzione continua del loro nucleo più primitivo, il quale ne ha formato lo schema spaziale spesso ancora riconoscibile nel suo abbozzo disegnato incisivamente o più debolmente, ma sempre ancora individuabile.

Chiarendo ulteriormente: nelle epoche e nelle culture il significato del linguaggio – per quanto si sa e si ipotizza circa la sua origine – varia molo più lentamente di quanto si possa ritenere. L’originaria spazialità dinamica intrinseca a un significato o l’altro non si cancella in tempi brevi o medi e rimane in linea di massima abbastanza costante come scheletro di molti concetti il quale, pur ottenendo talora nel viaggio attraverso le epoche contorni più sfumati, resta oggettivamente identificabile nelle principali coordinate resistendo anche per tempi molto estesi, ciò in linea di massima. Le lingue dunque conservano la loro impostazione generale e anche particolare al di là delle modificazioni cui vanno incontro nel corso delle epoche. Anche il latino classico, comprensivo delle infiltrazioni dalle varietà del latino parlato e con i prestiti in primo luogo dal greco, continua a vivere, pur modificato nell’evoluzione durante i secoli, nella lingua italiana, di cui forma la base e l’apparato generale e particolare di lessico e morfologia.

Iniziando l’analisi, spicca in special modo la presenza della complessa semantica del verbo italiano parere, dal latino pareo-es-parui-paritum-parere, fondamentale per la comprensione dell’immagine della stessa per come risulta dal testo del sonetto, dall’analisi profonda dei termini e dei concetti in essi espressi. Il significato del verbo parere viene in generale interpretato dai critici più autorevoli e da coloro che vi si affiancano, mettendo in evidenza come esso nel Medioevo e quindi in Dante avesse un significato diverso da quello assunto nelle epoche successive fino a quella attuale. Questa posizione, conformisticamente accettata dalla critica di cui sopra il cenno, non viene condivisa nel presente studio per aspetti rilevanti ed è rivista sulla base di approfondimenti della semantica intrinseca al verbo.

Punto di riferimento rappresentativo per la varia critica relativamente alla diversa interpretazione qui data al verbo parere è l’opinione dell’autorevole critico letterario e filologo Gianfranco Contini (Domodossola 1912-1990) come dalla sua interessante e convinta esegesi (Renatomastro1954.files.wordpress/2014/03/contini-tanto-gentile-e-tanto-onesta-pare.pdf).

Testo del sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare (Rossi a cura di 2016: 135:136):

(1)Tanto gentile e tanto onesta pare/

(2)la donna mia quand’ella altrui saluta/,

(3)ch’ogne lingua devien tremando muta/

(4e gli occhi no l’ardiscon di guardare./

 

(5Eella si va, sentendosi laudare,/

(6)benignamente d’umiltà vestuta,/

(7)e par che sia una cosa venuta/

(8)da cielo in terra a miracol mostrare./

 

(9Mostrasi sì piacente a chi la mira,/

(10)che dà per gli occhi una dolcezza al core,/

(11)che ‘ntender no la può chi no la prova;/

 

(12)e par che della sua labbia si mova/

(13)uno spirto soave pien d’amore,/

(14)che va dicendo all’anima: sospira.

 

Occupandoci del chiarimento semantico dell’italiano parere, esso è dunque l’evoluzione diretta del verbo latino pareo-parere, tra gli altri significati apparire alla vista fisica e in senso traslato. Si legge al proposito (Renatomastro154, op. cit., 24)«essenziale anzi, determinare che pare non vale già ‘sembra’, e neppure soltanto ‘appare’, ma ‘appare evidentemente, è o si manifesta nella sua evidenza’». È il caso qui di sottolineare che, per quanto ciò che appare appaia evidentemente o si manifesti nella sua evidenza, l’apparire, in se stesso, non è mai andato esente, né può andare esente né lo potrà dalla semantica del sembrare, come andiamo a constatare in dettaglio. 

Si rende opportuno al proposito inserire un cenno parallelo di analisi del concetto dell’apparire come inteso nell’antichità già dai filosofi presocratici fino ai giorni nostri, fermandoci a Platone e Aristotele in quanto la loro conoscenza era al centro della cultura scolastica, ecclesiastica, medioevale, tra gli altri attraverso Severino Boezio, Aberto Magno e San Tommaso d’Aquino, filosofi il cui pensiero era noto a Dante. Sintetizzando: un tema del pensiero filosofico antico e medioevale – ribadendo: fino a Kant e ai giorni nostri – era proprio il contrasto tra l’apparire da un lato e l’essere o la sostanza o l’essenza e simili dall’altro, ossia la differenza tra il fenomeno e il noumeno, tra la realtà apparente e la verità della conoscenza oltre l’apparenza fornita dall’esperienza dei cinque sensi ingannevole e contraddittoria per quanto potesse apparire evidentemente. Può essere utile alla comprensione dell’argomento anche la digressione qui di seguito inserita. Il latino videor è sia deponente con diatesi attiva nel senso di sembrare, sia come vero e proprio passivo di videovedo, nel significato di essere visto. Sembrare alla vista ed essere visto, ossia essere evidente in quanto visto, sono espressi in un medesimo verbo collegato all’essere visibile in senso concreto ed esteso ed è il contesto linguistico e concettuale dal punto di vista logico a decidere quale delle due sfumature semantiche sia quella più opportuna. Nel testo del De vulgari eloquentia (Coletti a cura di 1991/2018) Dante usa videtur sia come deponente, sembra, sia come passivo di videoviene-è visto, quindi nel significato di è evidenteappare, passi in cui risultano per altro più o meno corrette sia l’una che l’altra sfumatura – si tratta infine di uno stesso verbo. In altri termini: quanto in latino classico o medioevale – pareo e videor – o diacronicamente in volgare italiano o nell’italiano attuale abbia a che fare, come sua base, con l’apparire alla vista, aree sinonimiche comprese, può essere vero o meno vero per quanto evidentemente possa parere quindi sembrare vero e anche esserlo, ma anche non esserlo, questo è il problema semantico centrale intrinseco al concetto espresso dal verbo pareo, apparire, anche da videor nelle due accezioni di sembrare e di essere visto che si compenetrano nel profondo della loro spazialità. Come accennato, a Dante erano note le tonalità semantico-concetttuali intrinseche all’apparire e al parere, compresa quella relativa al sembrare, come risulta dall’uso di tale verbo nei vari contesti delle sue opere. In aggiunta segue qui una nota relativa all’italiano. Anche l’evidenza scientifica o prova – dal latino evideorapparire interamente da lontano, coniugato come il deponente videorsembrare – non è definitiva, né assoluta, ma relativa, ossia può sembrare una prova e non esserlo, ciò che sta alla base della possibilità di progresso delle conoscenze ed evidenze.

La breve digressione per rilevare ancora come la problematica intrinseca all’area semantica dell’evidenza, dell’apparire con evidenza o evidentemente come in Contini e critica a lui consimile, abbia alla sua base l’apparire anche come possibile sembrare non a partire dall’attualità, ma sin dall’antichità a oggi pur con le sfumature relative ai diversi filosofi e studiosi. In altri termini: per sottolineare come l’essere evidente e il sembrare facciano parte di un unico molto complesso sguardo sul mondo al di là delle più immediate ed evidenti o superficiali considerazioni ed esistito come minimo dai primi filosofi per così dire ufficiali della grecità.

Tornando al significato cosiddetto medioevale di parere-apparire, escludente il significato del sembrare secondo Contini come pure secondo la generalità della critica che condivide la sua autorevole opinione, risulta per lo meno sorprendente, se non impossibile, che nel Medioevo, in Dante che scriveva opere non solo in volgare italiano, bensì anche in latino medioevale, il significato di pareoapparire alla vista con chiarezza, ma, come qui sostenuto, anche nella sfumatura di sembrare implicita e connaturata all’apparire alla vista, abbia interrotto d’un tratto nel volgare italiano medioevale la sua lenta diacronia semantica per riprenderla poi nell’evoluzione linguistica successiva al Medioevo – perché anche oggi parereapparire ingloba immancabilmente il sembrare. Per chiarire ulteriormente: un po’come se si fosse creata sul piano analogico una – impossibile – pausa o, detto con una catacresi, enclave semantico-temporale per parere privo del significato di sembrare da sempre rappresentato come la storia del pensiero umano dimostra e più sopra accennato, ossia come se la spazialità semantica originaria latina avesse interrotto in seno al Medioevo il viaggio nel tempo e fosse ricomparsa nella sua originaria integrità esplicita e implicita dopo il Medioevo fino ai giorni nostri.

In ogni caso, nel Medioevo il verbo parere come risulta in questo studio, secondo i contesti in cui esso si trova, è inteso regolarmente nelle varie prospettive semantiche, ivi compresa quella del sembrare, come ad esempio in Dante, tra l’altro anche nella ‘Canzone Prima’ Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete (Giunta a cura di 2019: 103-104), ciò anche se l’interpretazione di Contini viene sempre ritenuta valida dai critici successivi:

 (58) che non ti paian d’essa bene acorte,/

 Nella parafrasi (Giunta a cura di 2019: op. cit., 102):

 Che non ti sembrano afferrarne (…) il senso

dove il significato di apparire evidentemente in paian non avrebbe alcun significato, parafrasi esplicativa che ben rende la particolare polisemia di parere dal punto di vista del sembrare espresso nel verbo parereapparire – forse potrebbe essere valido anche il congiuntivo sembrino in piena corrispondenza con il congiuntivo dantesco paian. Si potrebbe obiettare che il contesto testuale del sonetto rispetto a quello della citata Canzone siano diversi, ma Contini parla di significato medioevale diverso in generale, non relativo a contesti vari.

Segue dunque l’analisi del significato di tale verbo parere nei versi citati.

(1)Tanto gentile e tanto onesta pare/

(2)la donna mia quand’ella altrui saluta,/

La donna pare e appare gentile e onesta quando saluta, ciò che rappresenta, a livello conscio o inconscio ma non meno vero o anche più vero in seno alla creatività artistica nella fattispecie, una relativizzazione e limitazione del suo apparire tanto gentile e tanto onesta: appare o anche si manifesta gentile e onesta quando saluta, non in generale e questo è un dato di fatto, testuale e letterario, logico e artistico come si voglia intendere. Insistere sulla grande evidenza, come in Contini e seguaci, inserirebbe per altro, per quanto vagamente, anche una certa ostentazione del suo essere gentile e umile, con ciò divenendo il contesto incoerente per qualche verso, forse anche con qualche frangia di risibilità.

Passiamo al secondo par nel settimo verso in cui esso, ancora con soggetto sottinteso ella in coordinazione alla principale, regge una proposizione secondaria:

(7)e par che sia una cosa venuta/

(8)da cielo in terra a miracol mostrare./

 

Nei due versi (7) e (8) il significato di parere come apparire evidentemente o mostrarsi evidentemente, intendendoli privi dell’accezione del sembrare, risulta secondo questo studio scarsamente accettabile e attendibile, come andiamo a chiarire.

L’insistenza nell’interpretare l’immagine di Beatrice sulla più evidente evidenza scevra da ogni sembrare ne farebbe quasi una presenza di cosa o fenomeno venuto realmente dal cielo a mostrare la potenza di Dio. Dante avrebbe anche potuto pensarla effettivamente così, ma non lo ha fatto: si tratta solo di un senso esteso di parere come metafora, come iperbole poetica relativa al reale, ossia Beatrice, medioevalmente e dantescamente parlando, pare-appare-sembra per la sua suprema bellezza un’apparizione inviata da Dio a salutare i passanti, ma nulla nel testo c’è che rimandi ad un vero miracolo relativo a qualcosa che sia stato inviato concretamente da Dio, si tratta, ribadendo, di un concetto metaforico.

La critica di Contini appare, con tutto il reiterato rispetto per l’autorevolezza del critico, non esente da qualche discutibilità ulteriore. Ad esempio (Renatomastro154, op.cit., 28), si trova l’affermazione secondo la quale da un lato il verbo parere nelle terzine della poesia sottolineerebbe l’evidenza dell’apparire di Beatrice e dall’altro qualunque visualizzazione [sarebbe] estranea alla figurazione dantesca, ossia: da un lato vi è l’apparire con grande evidenza alla vista, dall’altro contemporaneamente vi è l’inadeguatezza di una qualsiasi possibile visualizzazione della sua apparizione, ciò che è la negazione o la relativizzazione dell’apparire evidentemente alla vista. Puntualizzando: il termine figurazione è direttamente collegato alla possibilità di visualizzazione, ciò con cui l’estraneità della visualizzazione relativa all’immagine di Beatrice non può sussistere se non in una contraddizione. Si legge inoltre come l’apparire di Beatrice riguardi un’incarnazione di cose celesti (Renatomastro154, op.cit., 29), ciò con cui viene espresso il corrispondente effetto visibile – anche e soprattutto l’incarnazione, non solo la figurazione, implica la possibilità di visualizzazione di quanto incarnato. Vi sono inoltre non poche interpretazioni particolari che si allontanano dal testo. Ad esempio, il termine donna, dal latino domina, ossia padronasignora, sia in sé, sia in quanto riferito a Beatrice che è di genere femminile, diviene termine con desinenza femminile puramente grammaticale, in cui il genere non segna opposizione (Renatomastro154, op.cit., 24), ciò in una concettualizzazione che non trova conferma in seno al testo e al significato del sonetto, ma solo trova fondamento in idee sovrapposte al testo  e ritenute in questo studio arbitrarie. Per Contini basta che in portoghese si possa usare il maschile anche per il femminile, ossia signore per signora, che anche in Dante il femminile diviene solo genere grammaticale, mentre in realtà – realtà secondo Contini –   la donna, Beatrice, acquisisce significato nel suo valore maschile. Un termine maschile onorifico per la donna il quale forse doveva nobilitare la donna, un essere in sé di scarso valore come tale visto che acquisisce valore con il genere maschile, cosa non solo assurda, ma anche offensiva a parte l'eventuale significato allegorico. L’idea che donna, chiaramente femminile nel testo dantesco del sonetto si possa riferire al femminile come desinenza grammaticale e non realmente ad un femminile relativo a Beatrice trova, per così dire, un senso qualora il critico voglia implicitamente legittimare la propria opinione non oggettivamente fondata nel testo secondo la quale Beatrice viene considerata allegoricamente una figura cristologica, ossia in ogni caso maschile, ciò che qui non si condivide in considerazione di quanto sta nella semantica del testo linguistico specifico del sonetto. Così anche sull’analogia di un dettaglio – gente che correva o accorreva per vedere Cristo quando passava – si è costruita, in seno al tentativo di spiegare la figura di Beatrice con allegorie e riferimenti allegorici, l’interpretazione di Beatrice quale figura riferibile a Cristo. Non pare per altro che Cristo elargisse saluti, bensì risulta dalle testimonianze che parlasse ai popoli, mentre la bellissima Beatrice non dice cosa alcuna nel sonetto, solo sì, essa saluta a destra e a manca in tutta umiltà per quanto consapevole ovviamente della sua sfolgorante bellezza capace di far sognare chi la guardasse. Questo per dire che non c’è una sola cosa che possa giustificare quello che qui appare come l’ingiustificabile, solo la costruzione esteriore resta a disposizione di tale tipologia di critica peraltro autorevolissima. Certo, Beatrice nella Divina Commedia è guida di Dante nel Paradiso, così come nelle esegesi fondate sulle allegorie essa diviene la personificazione della Filosofia e della Teologia, nonché emanazione della Trinità in Dante stesso per via di simbologie numerologiche o allegoriche, non però per via della ragione che resta appannaggio di Virgilio, un maschio.

La lunga premessa sul verbo pareo-parere-apparire nel celebre sonetto che dovrebbe angelicare Beatrice e che invece, nel profondo, non nei sensi allegorici, inciampa per così dire appunto nella complessa semantica intrinseca indelebilmente nell'uso comune e filosofico a pareo-parere-apparire, onde giungere alla doppia valutazione della donna da parte di Dante.  Di fatto, nella visione del mondo più realistica e meno poetica di Dante sta inequivocabilmente una non lieve svalutazione della donna, se non addirittura la detrazione della donna come essere inferiore all’uomo nell’intelligenza, nella personalità, come molto esplicitamente nel De vulgari eloquentia ad esempio e non solo. 

Aggiungo un chiarimento sulla denigrazione della donna che poteva o forse doveva essere comprovato da Dante per un motivo diverso, ossia per il fatto che avesse parlato con il demonio con tutte le conseguenze del caso rispetto al discorso di Adamo con Dio, ma Dante dice altro. Dice  espressamente che a parlare per prima sia stata  una donna, la presuntuosissima Eva e continua per altro a confermare il suo fraintendimento che a parlare per prima sia stata una donna, tralasciando il filone già chiaro nella Genesi: Adamo ha parlato per primo nominando le specie animali ed esprimendo la sua infelicità a Dio per la mancanza di qualcuno come lui e la sua felicità per il dono di Eva come compagna, mentre Eva ha parlato al di là di ogni equivoco per seconda, per di più con il diavolo, non con Dio. Dante nella sua sembra ferrea volontà di denigrazione della donna sbaglia, mi permetto di dire sulla base delle sue affermazioni a proposito del primo e del secondo confondendo la successione degli eventi (Coletti a cura di, De Vulgari eloquentia 2017: 8-9) e, trasportando il discorso dal particolare all'universale, ossia da Adamo ed Eva al genere umano, contestando così la parola di Dio nelle Sacre Scritture:

"(...) Ma anche se nelle Scritture si trova che ad aver parlato per prima [ciò che non sta nelle Scritture]  stata una donna, è egualmente più ragionevole credere che ad aver parlato per primo sia stato un uomo; e, in effetti, non è congruo pensare che un così, egregio atto del genere umano sia opera prima di una donna che di un uomo. Ritengo perciò ragionevole che allo stesso Adamo sia stato dato il parlare per primo da Colui che proprio allora lo aveva plasmato (...) " 

Dante contesta dunque ciò che nella Bibbia è esplicito e cin ciò, nell'eco, anche Dio stesso che secondo lui avrebbe dovuto far parlare Adamo per primo - ciò che ha fatto effettivamente al di là dell'abbaglio dantesco.  Ribadendo, nelle Scritture si trova inequivocabilmente che sia stato Adamo ad aver parlato per primo: Adamo parla - vedi nomi degli animali - quando ancora non esisteva Eva, ossia quando Eva non era ancora stata plasmata dalla sua costola, e quando Adamo parla felice di aver ricevuto una compagna, Eva non ha ancora aperto bocca. In base a questo - clamoroso - abbaglio Dante dà giustificazioni del fatto che Eva abbia parlato nelle Scritture per prima, accumulando ulteriori inesattezze che confermano ancora di più l'abbaglio. Come mai un abbaglio così clamoroso, ci si deve chiedere a questo punto? Credo che l'errore sia avvenuto per il fatto che Eva abbia comunque parlato rispondendo a Dio mentre forse secondo il pensiero, inespresso consapevolmente, di Dante sarebbe dovuta stare zitta, parola di Eva che deve aver offuscato la vista dantesca al di là di ogni desiderio  allegorico, dico forse per questo, non trovo altre cause plausibili per un errore tanto assurdo in un esperto di religione, Bibbia e simili. Un lapsus freudiano in piena regola. Per eccellenza, degno della grandezza e della visione del mondo di Dante. Per altro, ciò con cui concordo pienamente, anche il curatore del De vulgari eloquentia, Vittorio Coletti, cita nella nota N. 1 del IV Libro (107), il lapsus di Dante senza entrare in maggiori dettagli. In ogni caso la versione di Eva che avrebbe parlato per prima sta solo in Dante. Ribadendo: è possibile ritenere che una tale novità straordinaria non si trovi anche in qualche altra versione volgarizzante della Bibbia e soprattutto non stia nell’originale biblico tradotto in italiano testo a fronte da Samuele Davide Luzzatto (1858) sulla base dell’originale biblico e greco e di ulteriori testi nonché interpretazioni? Luzzatto nella sua traduzione mette suoi chiarimenti ritenuti opportuni tra parentesi proprio perché non possano essere considerati come facenti parte del testo originale, tanto è il rispetto della semantica, della verità dei testi nella metodologia esegetica rabbinica. Ritengo che sia da escludere assolutamente, conoscendo appunto  il fulcro dell’esegesi rabbinica che è l’adesione alla lettera, il ritorno costante durante l’interpretazione alla lettera del testo in traduzione e interpretazione per non lasciarsi andare a scostamenti dal significato del testo – lettera da non confondersi con il concetto di letteralità la quale può non tener conto della polisemia del linguaggio.  

Dopo il chiarimento sul fraintendimento dantesco, torniamo al celebre sonetto. In esso comunque la donna sembra tutto e non è niente, sembra tutto nell’irrealizzato sogno dantesco del femminile, il quale è capace di trasfigurare Beatrice con la propria arte suprema della poesia.

Venendo dunque all’ultima terzina (12-14) il terzo par regge una secondaria soggettiva che contiene il sostantivo labbia

(12)e par che della sua labbia si mova/

(13)uno spirto soave pien d’amore,/

(14)che va dicendo all’anima: Sospira//

Labbia è termine derivato dal latino (labium)labia-labiorum, (labbro)labbra confluito nel volgare italiano con l’uso di labbia al singolare nel senso di volto. Che uno spirito d’amore appaia evidentemente e si mostri evidentemente muovendosi dal volto o dalla fisionomia generale della donna (Renatomastro154., op. cit., 22-25) e dica di sospirare all’anima di chi veda tale spirito pieno d’amore sfocerebbe nel risibile, risibilità che, ovviamente, potrebbe anche esserci in Dante dato che nessuno è infallibile, ma che non c’è e scompare completamente qualora il verbo parere, che ha per soggetto la frase secondaria soggettiva retta dalla congiunzione ipotattica che, sia inteso nell’accezione semantica del sembrare, d’uso legittimo anche nel Medioevo e già da sempre dalla latinità fino ad oggi e che si può ritenere lo sarà anche domani e dopodomani e così via, viste le caratteristiche concettuali dell’apparire, dell’essere evidente, visibile. Per altro la presenza del congiuntivo si mova (12) aggiunge ulteriore incertezza relativa a parere o apparire evidentemente, a quella che secondo la critica citata dovrebbe essere una certezza quasi assoluta o magari anche assoluta. Secondo la spazialità propria del verbo parere dunque nel latino e nel volgare medioevale e nell’italiano attuale non vi è alcuna opposizione semantica tra parereapparire e sembrare e meno che mai vi è opposizione nel contesto del sonetto tutto incentrato innanzitutto sul sembrare anche se non solo, ossia: sembra veramente una cosa venuta dal cielo, appunto sembra proprio, ma in Dante non è – malgrado affermino al contrario con decisione Contini e critica a lui conforme –, bensì vi è solo molto fine e profonda complessità del concetto espresso linguisticamente nel verbo in questione ab origine senza, per usare una metafora, enclave temporale e concettuale nel Medioevo. Quanto al d’umiltà vestuta (6), l’umiltà si addiceva al comportamento della donna che doveva e magari deve ancora essere umile oggi da qualche parte nel mondo, l’autoconsapevolezza pare essere legittima, implicitamente, solo ai maschi, non compete alla donna, così è stando al testo del sonetto. Beatrice sembra dunque essere veramente cosa meravigliosa che giunge in terra mandata da Dio che così mostra la propria grandezza, all’apparenza un maschio pure lui, felicemente unito agli uomini in terra nell’ammirazione per la donna che vale quindi per la sua bellezza quando ce l’ha, ma non per altro. Una donna gentile e bellissima ovviamente: una donna non bella non avrebbe diritti nel sogno dantesco, di impronta maschile e divina, come accennato. Coerentemente, la ragione, l’intelligenza, l’autoconsapevolezza, la saggezza non le si addicono, sono impersonate da Virgilio, un maschio – solo nell’allegoria senza basi nel testo, nella pura costruzion e esteriore Beatrice può impersonare la Filosofia – non certo della scienza come appare dai contesti – e la Teologia, quindi una filosofia religiosa, sottomessa alla divinità. Si potrebbe obiettare che anche i maschi lo fossero, non così Dante che in molte occasioni si erge a giudice dello stesso Dio anche esplicitamente, ma di ciò non è qui il discorso specifico.

Sembrerebbe dunque che la donna gentile rappresenti la donna buona, per bene, che sappia stare al suo posto e che, pur facendo sognare i maschi in un sensuale erotismo spiritualizzato in qualche modo ed essendone consapevole, nonché ponendosi come modello per le altre donne, rimanga umile, ossia non insuperbisca per gli effetti della sua bellezza. Una donna che tutti gli uomini vorrebbero avere come moglie o compagna o sorella o madre, una donna completamente inserita in seno al suo ruolo di piena sottomissione al mondo delle più variegate esigenze maschili, come appaiono nel sonetto. Quanto alla rilevanza del significato del verbo parere nel sonetto a proposito di Beatrice, essa, secondo il testo, pareappare e parendo e apparendo sembra dotata di tutte le qualità mentre saluta, qualità desiderate da Dante, dall’uomo e dal poeta, qualità che essa appunto potrebbe mostrare senza avere in realtà, proprio grazie all'uso comune del verbo parere. Come donna in generale essa, che può parere apparire e sembrare ciò che non è, si rivela, in base alla diversa opportunità una donna forgiata secondo il letto di Procuste delle richieste e necessità della personalità dantesca e in generale maschile nel Medioevo, immagine femminile traghettata anche nell’epoca attuale, una donna gentile, assoggettata alle richieste maschili. In altri termini: qualora si analizzi la donna gentile o meno gentile di Dante per quanto di essa appaia, essa risulta una donna svalutata come essere umano e sottomessa: non parla, solo saluta umilmente conscia del suo splendore, ossia mostrando la sua bellezza con umiltà, con modestia, senza insuperbire per l'ammirazione altrui, tutto qua. Il dolce stil novo e l’idealizzazione della donna – non ci interessano qui i risvolti sociali della nobiltà d’animo e non di casato rivendicati dall’incipiente autoconsapevolezza borghese – in un’immagine costruita secondo i desideri maschili risultano, in questa analisi, categorie dello spirito dantesco e modalità del potere maschile di tutti i tempi. In questo, tra il molto altro, Dante è uomo anche moderno, così come pure l’uomo moderno è uomo anche medioevale.

Concludendo con un giudizio basato sulla Commedia: a Virgilio, uomo, l’audace compito di fungere da massimo modello artistico di poesia, nonché da guida negli ambiti della ragione unitamente alla libertà, compagna inseparabile della natura della ragione; a Beatrice, donna, il casto compito di fungere da guida negli ambiti della religione unitamente alla sottomissione, compagna inseparabile della natura della religione.                                                                                                               

                                                                                                    Rita Mascialino

 


Rita Mascialino mentre viene insignita del Primo Premio per Pinocchio: Analisi e interpretazione al Premio Letterario 'Tulliola' (Formia LT 2007), Fon datrice e Presidente  Carmen Moscariello e lo  riceve con le congratulazioni del Senatore Erasmo Magliozzi facente parte della Giuria del Premio. 




 


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

giovedì 21 dicembre 2023

Rita Mascialino, La celebre similitudine dantesca delle colombe e le sue implicazioni esegetiche innovative

    Immagine: whoswho.de

Lo studio, facente parte della 'Trilogia Dantesca' è apparso nella Rivista Culturale «Lunigiana DantescaDirettore Mirco Manuguerra, Rubrica 'DANTESCA',  CLSDCentro Lunigianese  di Studi Danteschi, N. 204, aprile 2024. Segue la presentazione dello Studio a firma del Direttore Mirco Manuguerra:


"In tutta l'enorme produzione offerta in sette secoli di studi sulle figure immortali di Paolo e Francesca nessun autore era mai riuscito a far emergere dai versi di Dante - al di là delle semplici, inevitabili allusioni indirette - la spinosa questione dei matrimoni combinati, usanza a cui lo stesso Dante, come noto, non fu davvero estraneo, sia per il destino in cui incorse Beatrice, sia per la propria stessa vicenda matrimoniale, per molti versi ancora assai velata.

Rita Mascialino, in forza del suo originalissimo metodo di analisi semantica, prescindendo dichiaratamente dalla dimensione allegorica del poema, che non è affatto negata, è riuscita a porre in evidenza l'argomento in forza di una similitudine che emerge nel Canto come un'isola tutta a sé stante: quella delle due colombe che Dante non ha esitato ad accostare ai due cognati, coppia di uccelli notoriamente simbolo tradizionale di purezza, pace e fedeltà.
Se dunque dall'analisi esegetica, mossa sul livello allegorico del testo, la similitudine è un inganno ordito dalla straordinaria arte del poeta per distogliere l'attenzione del lettore dalla oggettiva presenza dei due cognati nel dominio delle anime lussuriose ed indirizzarlo così verso una errata assoluzione dei dannati, dall'analisi semantica emerge in tale accostamento una peculiarità tanto straordinaria da porre in evidenza una posizione delle due anime in effetti estranee al contesto infernale di appartenenza.
Il CLSD, che da sempre afferma la natura polisensa del testo dantesco, accoglie con grande interesse e favore il presente lavoro di Rita Mascialino, perché esso va a completare il pensiero di Dante intorno ad una problematica non trascurabile ma da sempre rimasta a margine del tragico destino dei due protagonisti."
Il Direttore Mirco Manuguerra

Il presente studio riguarda un'interpretazione non conformistica nei confronti delle più autorevoli analisi critiche, che si conoscono e rispettano assolutamente, ma di cui non si tiene conto. Si tratta di un’interpretazione del tutto nuova, non già presente nella critica a livello nazionale e internazionale, ossia: non è una ripresentazione sinonimica di concetti già noti, ma di un ‘analisi e interpretazione che danno esiti innovativi. 

Seguono la testé annunciata interpretazione della similitudine delle colombe [1] e le sue implicazioni nell’articolazione semantica del pezzo concernente i due amanti adulteri, il significato profondo e sconvolgente di una tale similitudine riferita ai due adulteri condannati all’Inferno e comprensiva dei risvolti sociali e religiosi nonché relativi a circostanze della vita di Dante stesso, risvolti che giungono con la loro ala fino alla più recente attualità. Non ci interessa nell’analisi la biografia dei due amanti come viene narrata nelle varie versioni risalenti all’epoca, ma ci interessa come Dante presenti nel testo la complessa situazione biografica in cui vivono i due amanti, specialmente Francesca, né prendiamo in considerazione, al di là di necessari rimandi culturali, l’impianto e il metodo allegorico, l’allegoria.

Si osserva allora che Dante, pur inserendo Paolo e Francesca entro la cornice allegorica relativa ai Lussuriosi, non dà loro, nel testo che ad essi inerisce, alcuna connotazione esplicita quali lussuriosi. Di fatto – fatto linguistico, artistico – nel testo dantesco né Paolo né Francesca vengono mai direttamente collegati al vizio della lussuria – ribadisco: al di là di ogni inserimento allegorico presente voluto da Dante –, mentre ad esempio per Semiramide si dice che a vizio di lussuria fu sì rotta/ che libito fe’ licito in sua legge (55-56) e si apprende bene di una Cleopatràs lussuriosa (63). I due amanti vengono, al contrario, collegati, pur con tutti i limiti semantici dell’ambito, al cuore gentile e all’amore che non perdona chi lo senta in tali cuori gentili, amore nobile, che perciò meno che mai possono essere volti al vizio della lussuria, caso mai a debolezza dei sensi e dell’attrazione reciproca, come per altro avviene in tutti gli amori, anche i più ricchi di sentimenti. Dante esprime invece, ciò che è molto interessante, attraverso i due personaggi la sua propria visione dell’amore che mostra spunti di critica profonda e complessa alle regole del vivere sociale del tempo, spunti in contrasto non solo con le convenzioni sociali, ma anche con i precetti divini per come siano rappresentati dall’autorità ecclesiastica. Sulla scia della similitudine che sta come uno scoglio semantico – fuori da ogni allegoria – inamovibile dal testo dantesco, Dante giunge fino alla cancellazione totale della colpa dei due amanti in contrapposizione con la stessa Giustizia di Dio, come vedremo in dettaglio nell’analisi della similitudine delle colombe alle quali appunto Paolo e Francesca vengono esplicitamente paragonati con una serie di dettagli rilevanti.  

Come prima esemplificazione introduttiva, il termine Amor, all’inizio di tre terzine successive (100, 103, 106), tre numero perfetto e termine scritto nell’iniziale dei versi necessariamente con la A maiuscola, si riferisce all’amore gentile di cui parla Francesca. L’ipotesi di una eventuale ipostasi o prosopopea di Amor non regge nel contesto in cui valgono il cuore e la sensibilità dei due peccatori. Dante sapeva – inevitabilmente data la sua grandezza come poeta – quale significato poteva essere ascritto alla maiuscola e alla collocazione del termine nell’incipit delle tre terzine, maiuscola non certo adatta ad un amore lussurioso e colpevole. Se tuttavia non avesse voluto dare il tributo di rispetto e di onorabilità al sentimento di Paolo e Francesca, avrebbe semplicemente evitato, tra l’altro il numero tre, e modificato la struttura dei versi, non ponendo il nome all’inizio con la maiuscola, ma nel corso degli stessi e con la minuscola – vediamo come in contrastivo parallelo Dante non eviti l’offesa a Semiramide e a Cleopatra. Per altro risparmia l’offesa a Didone, che fu infedele alla memoria del marito morto e si uccise amorosa, non lussuriosa, non dedita al vizio, ma per amore di Enea che la abbandonò.

Un’ulteriore conferma di questa analisi riguarda il fatto che a portare i due amanti per l’aer maligno (86) non pare essere sempre la bufera, ma soprattutto il loro amore, come dice Virgilio a Dante che essi verranno da lui, se li chiamerà, per quell’amor che i mena (78), non a causa della bufera quindi. Non è la lussuria che li mena e neanche propriamente il loro amore trascorso, bensì il loro amore presente e imperituro che supera persino la morte e la condanna divina, le quali, secondo il testo di Dante, pur accettate dai due amanti come giusta punizione del loro adulterio e per la debolezza dei loro sensi, non estinguono un tale amore che appare come un legame profondo, indissolubile pur nella sofferenza e nella consapevolezza del peccato e della punizione. Al proposito, nel testo dantesco Francesca è oggetto del più cavalleresco omaggio della bufera, come andiamo a vedere in dettaglio anche stilistico. Essa si rende disponibile a parlare mentre che il vento, come fa, si tace (96), così nel testo a cura di Provenzal, questo in uno dei tanti versi danteschi immortali. Bellissimo il più sensuale ritmo in decrescendo, che termina con il silenzio della bufera, ritmo della tonalità dei versi corrispondente alla spazialità dell’immagine rappresentata magistralmente da Dante in pochi tocchi: di fatto la stessa bufera infernale, quasi personificata, che fino a quel momento spingeva gli amanti soffiando da ogni part senza interruzione, cessa e si ritira dal soffiare contro i due spiriti onde permettere a Francesca di parlare con Dante,  si ritira come indietreggiando di fronte alla donna gentile per farla passare a guisa di cavaliere cortese, vento infernale come dispiaciuto di doverla condannare alla pena eterna. In altri termini: il vento infernale, quale simbolico cavaliere nel contesto, si ritira per cedere il passo a Francesca in una spazialità digradante come viene mostrato dal trocheo finale che sottolinea l’interruzione del movimento come in una sospensione del vento e il subentrare del silenzio del suo sibilo. Da sottolineare: nel frangente Dante non usa il termine bufera, di genere femminile, ma sceglie il termine vento, di genere maschile, ciò che viene a confermare la comprensione del verso straordinario come sopra.

Giungiamo adesso alla celeberrima similitudine delle colombe che dà il titolo a questo studio. Si tratta di una similitudine sconvolgente se consideriamo il suo riferimento ai due personaggi posti comunque tra gli incontinenti e i lussuriosi e per questo condannati da Dio alla pena eterna dell’Inferno, ma nel testo di Dante, non nella sovrapposta cornice allegorica del testo in questione, la lussuria non li riguarda.

Tali colombe, come dal sostantivo femminile utilizzato da Dante, sono visualizzabili di colore candido, simbolo e metafora di innocenza, purezza, spiritualità, non di colpa, colombe che per loro costume vivono in coppia fedeli reciprocamente per sempre, per così dire volendosi bene. E Paolo e Francesca si amano e si vogliono bene, si tengono stretti nella mala sorte che hanno pur meritato, ma fedeli reciprocamente per l’eternità anche all’Inferno. Potrebbero vagare separati, nulla vietava a Dante di presentarli separati, ma non l’ha fatto, bensì appunto si tengono stretti per non lasciarsi separare dalla bufera.

 

Testo della similitudine:

(82) Quali colombe dal disìo chiamate,/

(83) con l’ali alzate e ferme al dolce nido/

(84) volan per l’aer dal voler portate;/

(85) cotali uscir dalla schiera ov’è Dido,/

(86) a noi venendo per l’aer maligno,/

(87) sì forte fu l’affettuoso grido.

 

Nella similitudine delle colombe, cui sono paragonati i due amanti mentre si dirigono verso Dante che li ha chiamati, sta espressa la visione inerente alla considerazione di Dante per il loro peccato d’amore e di trasgressione dei doveri divini e sociali ad esso conseguenti. Secondo quanto sta nella similitudine, avremmo a che fare con un peccato inesistente. Nel testo, al di là di ogni schema allegorico, religioso o sociale, Dante non considera i due amanti colpevoli, altrimenti non li avrebbe paragonati a innocentissime colombe senza macchia.

Per altro, Paolo e Francesca non escono dalla schiera di anime dove stanno Semiramide e Cleopatra, bensì dalla schiera dove sta Didone, che si innamorò di Enea solo dopo la morte del marito e si uccise per amore, s’ancise amorosa/e ruppe fede al cener di Sicheo (61-62), una infedeltà piuttosto discutibile dunque, come è implicito nei versi di Dante. 

Ancora una nota. Gli altri dannati sono paragonati a stornelli e a lamentose gru che volano in gruppo, nella schiera dei più, non così le due colombe che volano in coppia, diverse dagli altri. Come le due colombe volano assieme verso la loro casa, così Paolo e Francesca si dirigono in coppia verso Dante e Virgilio, sentito l’affetto di Dante che li chiama su consiglio di Virgilio, i quali entrambi attendono i due personaggi. Virgilio, nello speciale viaggio nell’al di là nell’Inferno e nel Purgatorio, rappresenta la Ragione, quale più sicura guida, ed è anche il Maestro di Dante nell’opera di poesia – è grande poeta latino egli stesso.  Se dunque la casa delle due colombe è il concreto nido, la ragione e la poesia sono la metaforica casa dei due sfortunati amanti verso la quale si dirigono, ossia il luogo in cui sentono di essere protetti e compresi nella verità della loro vicenda oltre che nella loro colpa. Nella ragione e nella poesia Paolo e Francesca, secondo la similitudine, possono dunque avere la loro casa più veritiera diversamente che nell’Inferno: dove regna la ragione non vi è errore, ma la più profonda giustizia e dove sta la poesia vi è la più profonda verità, ossia la più vera memoria della loro storia, dei loro sentimenti. In altri termini: nella giustizia garantita dalla ragione i due personaggi possono avere la protezione della loro verità e nella poesia la memoria eterna della verità delle loro anime. Grazie a questa similitudine il dissenso di Dante nei con fronti della condanna sociale e divina non potrebbe essere maggiormente in primo piano per quanto implicitamente.

Lo Spirito Santo, non ignoto a Dante, uomo religioso, scende dai Cieli in forma di bianca colomba senza macchia alcuna che rappresenti il peccato e in generale la colomba è ovunque simbolo di superamento degli istinti e di supremazia dello spirito, di pace e di concordia, anche specificamente dell’anima dei giusti, e tanto altro di simile. Non è mai, in nessuna cultura, simbolo di una colpa qualsiasi.

Ci è obbligo di credere che il giudizio di totale innocenza estrapolato dal testo per i due amanti abbia una base più profonda rispetto al livello allegorico, la quale, per così dire, tagli la testa al toro quanto alla motivazione. La causa decisiva che può coesistere con un positivo cuore gentile sta, in ambito implicito, in primo luogo nel matrimonio di Francesca, matrimonio ingiusto e crudele, combinato dai genitori e imposto, che esonera Francesca da un vero e proprio peccato grave in quanto subito senza amore e senza scelta personale. Nessuno dei due comunque, neanche Paolo, ha contratto un matrimonio per amore cui poter essere fedele, ma, seppure diversamente, ha subito il matrimonio per gli interessi materiali delle famiglie. Diversamente in quanto l’uomo ha sempre goduto della totale libertà nella sua vita sessuale, quindi non era troppo limitato da un matrimonio senza amore, mentre la donna era legata allo sposo per tutta la vita senza alcuna libertà concessa. Un antefatto, questo, che fa della similitudine in questione la base più solida per una vera e propria denuncia dell’ingiustizia relativa ai matrimoni combinati e imposti dai genitori ai figli, una denuncia espressa sul piano della poesia, della letteratura.

L’argomento dantesco risulta di tutta attualità ovunque non si rispetti il principio democratico della libertà di scelta soprattutto della donna relativamente al compagno, una scelta capace di condizionare l’intera esistenza, specie in epoca medioevale, priva di tante delle libertà presenti nelle democrazie.

Inseriamo qui una breve digressione collegata alla vita di Dante, digressione esterna all’analisi del testo, ma nella fattispecie utile a conoscersi a proposito dei matrimoni combinati.

Dante sposò Gemma Donati, appartenente al grande casato fiorentino dei Donati, in ossequio ai genitori che avevano combinato il matrimonio decidendo per lui ancora dodicenne. Dante obbedì a quanto stabilito dai genitori, ma pare non abbia scritto mai un solo verso per la moglie con cui ebbe comunque diversi figli, mentre dedicò tutta la sua vita e la Commedia nonché la Vita Nova al suo amore ideale per Beatrice, creandosi così in ogni caso un luogo nella mente dove poter amare la donna che avrebbe voluto amare per sua scelta. Il silenzio di Dante relativamente alla moglie corrisponde molto verosimilmente a una rimozione freudiana assoluta a conferma di come Dante non avesse gradito, al di là di una relazione sociale obbligata, il proprio matrimonio combinato in seno ai casati, senza amore.

Tornando al testo dantesco, una importante implicazione che conferma l’esegesi della similitudine sta nella lettura del testo galeotto che i due futuri amanti stavano leggendo insieme al momento del peccato – Galehaut era nel romanzo del ciclo bretone l’intermediario fra Lancillotto e la regina Ginevra moglie del più vecchio re Artù. La conferma implicita del valore supremo della similitudine, sta nel fatto che Francesca, pur parlando di galeotto riferito al romanzo, lo fa con dolce malinconia e, soprattutto, non cessa assolutamente, pur a fronte di questo suo giudizio, di amare Paolo da cui è riamata anche nell’Inferno per tutta l’eternità a prescindere dall’influsso possibile di qualsiasi romanzo cavalleresco – Paolo baciò la bocca a Francesca tutto tremante (136), non in un eccesso vizioso di lussuria.

Per concludere questa analisi, la similitudine delle colombe non è soltanto bella e commovente, ma nella reciproca libera scelta delle colombe per tutta la vita e nella loro fedeltà – non si tradiscono mai – sta l’espressione della, per quanto implicita, comunque chiara all’analisi del testo, denuncia di Dante per i matrimoni imposti ai figli dai genitori. Vediamo nella società attuale culture che combinano per interesse matrimoni cui i figli si devono sottomettere pena addirittura l’uccisione da parte dei genitori o di altri familiari. La similitudine di Dante non è anacronistica se riferita al presente, bensì sta anche oggi validamente a favore della libera scelta del compagno e della compagna e contro i matrimoni imposti – ribadiamo che le colombe si sono scelte liberamente e che perciò possono essersi fedeli, amarsi e farsi buona compagnia per la vita e ricordiamo anche che Paolo e Francesca, al di là della punizione eterna, stanno sempre assieme e continuano ad amarsi nel loro legame indissolubile anche nell’Inferno, per tutta l’eternità – per quell’amor che i mena pur nella bufera – così come avrebbero voluto nella loro vita terrena, una sofferenza che subiscono stando comunque per sempre insieme. In altri termini: neanche Dio, nel testo dantesco, può evitare che il loro amore venga cancellato dalla condanna più tremenda, tanta è la potenza dell’amore con la A maiuscola, che è solo quello supportato dalla vita dei sentimenti più positivi. Grande Dante che, in una all’apparenza solo bellissima similitudine, nella profondità dell’analisi dei simboli su cui essa si costruisce ha condannato, da uomo libero, usi e costumi legittimati in modo complesso dalla società sia laica che religiosa, sollevando un problema che appare ancora oggi irrisolto nel mondo.

                                                                                                                                    

RITA MASCIALINO

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[1] Riferimenti al presente lavoro si trovano, sempre a firma dell’A., tra l'altro nel saggio “Dante”, pubblicato in occasione del Settecentenario della morte del poeta, Cleup Editrice, Università di Padova, 2021.

[2] Si fa qui riferimento al testo di D. Provenzal, a cura di, Dante Alighieri- La Divina Commedia: Milano MI: Arnoldo Mondadori Editore: Edizioni Scolastiche Mondadori:1960: Inferno, Canto V, 82-87)

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Fondatrice e Presidente del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ nelle due Edizioni Cultura Carriera Immaginazione e Disegno Artistico www.franzkafkaitalia.it www.ritamascialino.com e del ‘Comitato del Secondo Umanesimo Italiano ®’






domenica 3 dicembre 2023

Rita Mascialino, 'Ex aequo' di Maria Rosaria Cultrera.
 

Ex aequo (rogiosi editore: 2023) è un racconto lungo di Maria Rosaria Cultrera: saggista e scrittrice di narrativa pluripremiata, Giurata presso diversi Premi letterari, Giurata e Consulente Giuridico presso il 'Premio Franz Kafka Italia ®', insigne giurista e studiosa con carriera di Magistrato, tra gli incarichi Presidente Vicario di Corte d’Appello di Napoli e Presidente di Sezione della medesima Corte, già Consigliera della Corte Suprema di Cassazione, attualmente componente del Comitato Scientifico della Fondazione Castelcapuano. 

Nel racconto l’Autrice spezza la sua poderosa lancia contro coloro che discriminano pesantemente i cosiddetti diversi, ossia i disabili  e i malati, o anche manifestino il loro dissenso contro le violenze agìte sui più deboli, ma non si espongano più esplicitamente contro tali discriminazioni. Il libro della Cultrera spezza parallelamente la sua lancia per la bellezza della vita che tale è e deve essere accettata entro qualsiasi ceto sociale e salute fisica degli individui essa si trovi ad esplicarsi. 

La narrazione si svolge portata da uno stile elegante e preciso, mai freddo o neutro, nelle descrizioni degli ambienti e nella presentazione della personalità dei protagonisti, nonché della varia umanità che funge da corollario agli stessi. Vi è alla base della rappresentazione, quasi come speciale personaggio solo in apparenza silente, il più intenso sentimento della vita, lieto e drammatico insieme, quello senza il quale nessuna storia può avere un senso che la faccia vivere. Ne deriva un quadro parallelamente vivo degli usi e costumi pratici e mentali di tutti i personaggi nella diversità dei ceti sociali cui appartengono, ciò che dà un efficiente spaccato del modo di intendere l’esistenza nel napoletano nel bene e nel male. Tuttavia, grazie alla sapienza diegetica che connota l’Autrice, la storia o le storie non vivono solo nella colorata superficie. Accanto alla sempre molto concreta e vivace circostanziazione presente nella coinvolgente vicenda, i personaggi occhieggiano dal profondo come tipi connotanti l’intera umanità. Attraverso tale doppio identikit delle figure, quanto rappresentato in dettaglio viene a costituire l’ampio respiro di una vera e propria visione del mondo, in cui l’umanità si presenta divisa – per chiarire il significato del termine: ossia non unita in rozzo miscuglio, né nel più superficiale e falso buonismo –, dunque divisa realisticamente in buoni e cattivi, ciò in una semplificazione logica oltre la quale non è più possibile proseguire pena lo sfociare nel nonsenso delle fallacie. In altri termini: così la Cultrera offre la più vasta sintesi a monte della realtà psicologica del volto umano come questa si disegna qualora non si permanga sul piano soggettivo, ma ci si sappia fondare sull’oggettività di un’analisi dei segni particolari capace di andare oltre gli stessi per fondersi nella sintesi sottostante sottostante. Sintesi destinata a fungere, in armonia appunto con il messaggio ultimo del racconto, da eterno e immutabile sfondo della personalità al di là di qualsiasi camuffamento possa essere anche molto abilmente indossato secondo le opportunità. In tal modo la scrittrice può stimolare nei lettori sul piano conscio e soprattutto inconscio la più bella volontà di permanere nella dignitosa schiera dei buoni.

Molto interessante è la suddivisione della narrazione in più o meno brevi capitoli, ciascuno titolato e datato secondo le singole azioni, i singoli episodi narrati. È come se ci si trovasse di fronte a brevi drammi ciascuno in ossequio alle classiche tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, con la differenza che l’insieme di tali drammi non termina in tragedia, ma in un orizzonte di speranza, in cui il bene, l’amicizia e la solidarietà, nonché l’intelligenza vincano sul male. I presagi hanno una presenza molto pregnante nel primo capitolo, in superficie come superstizione, più in profondità come intuizione delle tre donne partorienti, in un momento dove la sensibilità, data la grande emergenza di vita e di morte, è più accesa in esse. Le tre nascite dunque, festeggiate come il più grande evento nell’esistenza dell’uomo, hanno avuto tre auspici diversi: due positivi, un allegro passerotto, una elegante rondine, e uno negativo, quali entrano a festeggiare anch’essi le nascite delle due bambine, una farfalla viola a macchie nere, entrambi colori del lutto. E di fatto la vita di Giuseppe è sfortunata per una disabilità al braccio e un arto inferiore paralizzato, così che non può utilizzare la mano riesce a camminare con fatica, con l’aggravante dell’epilessia forse sopravvenuta per una corrente d’aria gelida che lo ha investito appena nato entrando violentemente dalla finestra. A causa delle diversità subirà gravi danni a livello sociale e umiliazioni costanti, verrà addirittura bocciato pur essendo tra i migliori a scuola in quanto il preside dell’Istituto lo vuole allontanare perché non permette che le sue crisi possano spaventare i cosiddetti normali, questa decisione con buona pace dei docenti che gli ubbidiscono assoggettandosi. So un bidello mostra di avere un po’ di umanità verso lo sfortunato giovane, ma nulla può fare tranne che consolarlo. I tre bambini nati nello stesso giorno crescono assieme, divenendo amici sinceri, studiosi, attivi nel bene e le due bambine fattesi ormai adulte sostengono sempre Giuseppe a spada tratta, del quale conoscono il valore e la bontà, e non indietreggiano davanti a nessuna disabilità. Alla fine, dopo vicende intrecciate variamente, grazie agli studi medici di una delle bambine, di una donna quindi  e grazie alla sua azione di convincimento su Giuseppe perché accetti di farsi operare negli Starti Uniti si apre una speranza dovuta alla ricerca scientifica, portata avanti da quegli umani che non perdono il loro tempo esistenziale in pregiudizi e cattiverie, ma ce la mettono tutta nello studio, per aumentare le conoscenze che servono, per sfruttare la loro intelligenza che mettono al servizio dell’umanità.

Una parola ancora sul polisemico titolo dell’opera. Ex aequo, formula latina che stabilisce giuridicamente il giudizio dato dal giudice secondo equità, anche oltrepassando la rigidità delle norme in sé, appunto secondo giustizia, di una giustizia profonda – ricordiamo che l’Autrice è finissimo magistrato finalizzato alla maggiore equità del giudizio. Quindi un giudizio di uguaglianza tra i tre amici, tra abili e disabili, giudizio di uguaglianza che avrebbero avuto nei loro esiti scolastici, comprensivo anche del risultato di Giuseppe se non gli fosse stato ingiustamente negato. Un po’ oltre il piano individuale si schiude il più ampio orizzonte universale di cui è stato esposto più sopra come ben riuscita sovrapposizione dei due livelli: il significato della formula entro questa prospettiva si riferisce, molto sottilmente,  a una giustizia che vale per tutti secondo equità del giudizio, per i buoni, ma anche per i cattivi, per i malvagi, costretti da essi stessi nel recinto che pertiene alla cattiveria, ossia essendo essi stessi trattati con giustizia, con quella giustizia che dà a ciascuno il suo, ciò che si è meritato, ciò che si merita.

Un’ultimissima osservazione prima di chiudere la Recensione. La lancia spezzata dalla Cultrera si scaglia, non in primissimo piano, ma del tutto identificabile, contro la più grande discriminazione, quella contro il maggiore nemico dei cattivi, spesso mediocri con il contributo della propria colpa: l’intelligenza, come secondo un mio Aforisma che mi permetto di citare come cenno esplicativo relativo alla citata colpa, ossia L’intelligenza è un mercenario al servizio della personalità. Un’offensiva portata dai cattivi come dimostrano alcuni personaggi raffigurati nell’audace racconto della scrittrice.

Un libro da leggere e su cui meditare, Ex aequo, della scrittrice Maria Rosaria Cultrera.

                                                                  Rita Mascialino

 



Immagine:
jurisnews.net/2016/04/18/dimensione-sociale-e-giuridica-della-dignita-umana-la-dignita-della-persona-come-valore-supremo-dellordinamento-giuridico-internazionale-e-come-fonte-di-tutti-i-diritti-corso-di/





lunedì 27 novembre 2023

Maria Teresa Infante e la poesia  Rosso sangue: analisi e interpretazione

di Rita Mascialino

 

Di una silloge poetica come quella di Maria Teresa Infante, Rosso sangue (Bari BA: Oceano Edizioni 2018), bisognerebbe analizzare ogni singola poesia, tanto belle e tanto profonde semanticamente sono le composizioni, introdotte dalla poetessa, scrittrice e saggista Franca Alaimo e dalla relazione di Anna Maria Pacilli, medico chirurgo specialista in psichiatria, sessuologo clinico ed esperto in criminologia. Non verrà data qui né una Recensione che resterebbe necessariamente sulle generali, né una riflessione sui donnicidi altrettanto generale, bensì verrà analizzata dal punto di vista della semantica espressa nei versi la lirica posta come titolo per la raccolta, ossia Rosso sangue (28-29). Una poesia dall’impatto particolarmente incisivo sulle coscienze, straordinaria e commovente nel profondo, una poesia che non dà scampo al colpevole, non per odio e vendetta, ma secondo giustizia, una giustizia inesorabile che non prevede sconti di pena per buona condotta, possibili vie di fuga, né appelli alla più ingiusta gelosia  amorosa, ma che vede imporsi su ogni considerazione la colpa dell’uomo che si arroga il diritto di eliminare la donna dalla vita, quella vita che al di là di ogni speranza o illusione religiosa è unica e irripetibile occasione su questa Terra. Uccisione che, accenniamo a esplicitazione delle motivazioni a monte delle uccisioni, la donna meriterebbe per uno sgarbo o l’altro fatto a colui al quale la donna non può fare sgarbi di nessuna tipologia, ma che solo può farne, a lei in particolare perché più buon mercato. 

L’ingresso della donna nella lirica è solenne, accompagnato dal rintocco sinistro della maestosità della morte. La donna della lirica è ormai essere non più vivente, uccisa da mano maschile e trasformata come canto incompiuto e come mare, come canto del mare, quel mare cui essa è ritornata per sempre e del cui non lieto mugghio è ormai componente per l’eternità. Il suo spirito ha dunque cittadinanza negli spazi immensi del mare e del cielo infinito, perché essa è non solo mare e voce del profondo, ma anche essenza più spirituale dell’alto dei cieli, simboli, nel contesto, accomunati dalla non vita, dal passaggio della morte, la quale viene anche quasi direttamente rappresentata come tremenda figura al capezzale della donna in suo potere, mentre, in un’immagine degna di Edgar Allan Poe, si abbevera essa stessa al rosso sangue che di essa è stato sparso, attendendone l’uscita dalla vita: la donna si è fatta pietra e onda che si abbatte sugli scogli e si inabissa poi quietandosi nei fondali, dove si mescola con l’essenza spirituale del cielo.

In questa atmosfera tristissima e tragica non si inseriscono il lamento e il pianto della vittima, bensì si fa audacemente avanti la volontà ad oltranza della donna, che pure ha dovuto soccombere, di non arrendersi all’uomo che l’ha uccisa:  essa, appunto come onda del mare cui appartiene, può avere in sé la potenza della morte – espressa nella metafora spaventosa del mare – e sommergere l’uomo quale nemesi per la sua azione colpevole, quale presenza incombente per la cattiva coscienza dell’assassino che essa tiene desta come memoria e peso dei rimorsi, novella Erinni. Il rosso del fuoco d’amore si è ora trasformato in sangue di morte che esce dal costato della donna in una lontana eco in assonanza con il sacrificio di Cristo innocente sulla croce, nella quale stanno uniti piacere e martirio della donna, dove il colore rosso dell’amore è anche il colore del sangue versato dall’uomo che l’ha uccisa, della morte quindi e del peccato dell’uomo dunque, memoria che essa ora rappresenta per lui. Un’unione solo nefasta di amore e morte, morte portata dall’uomo alla donna.

Colpisce nella poesia la quasi profezia minacciata dalla donna ormai morta contro l’uomo che l’ha uccisa: come onda dell’immenso mare ora lei lo può annegare. Questo significa sì, come più sopra accennato, un metaforico annegamento nell’onda della memoria dei possibili rimorsi agìta dalla nemesi, ma ancora più lungimirantemente: l’onda costituita dalle donne uccise potrà sconfiggere, proprio con la potenza immensa della morte contro la quale neanche l’uomo più forte nulla può, il genere maschile facendone tramontare il potere, facendolo soccombere senza che neppure se ne avveda, tanto sicuro di sé appare ora mentre vive sulla Terra avendo il potere sulle donne viventi. È nell’onda minacciosa delle donne morte per mano maschile che l’uomo potrà soccombere. Così secondo i potenti versi profetici “Io sono il mare/ e l’onda che ti può annegare”. Ma anche “la goccia”, che sappiamo capace di scavare la pietra, goccia uscita dalla ferita al petto, con termine evocante, come più sopra, la crocifissione di Cristo con associazione esplicita in successivi versi all’immagine della croce stessa.

La donna di Maria Teresa Infante è vittima sì, ma non si rassegna e combatte con maggiore forza dai reami della morte – e della poesia foscolianamente capace di resistere al tempo – contro l’assassino che vuole sconfiggere con il proprio sacrificio. Non c’è richiesta di tregua, di conciliazione, almeno non in questa lirica potente che presenta la donna in veste non di giustizia divina cui la donna della Infante qui non si appella, e tanto meno di quella umana, che non ha salvato la donna, ma di nemesi profetizzata dalla donna con tutta la potenza dei millenni – o anche dei milioni di anni – di ingiustizie, ferimenti e morti subite. Con questa arma tremenda della morte la donna di Maria Teresa Infante riuscirà a sconfiggere il proprio  assassino. Una lirica che dà alla donna l’ultima arma, la più potente, quella della memoria storica e anche oltre perché la brandisca e con tale memoria compia la più giusta nemesi: “io sono sangue/ il rosso che hai versato// sono la morte/ ora/ il tuo peccato.”

Peccato da espiare con la possibile sommersione nell’onda formata dalle donne che l’uomo ha ucciso, uomo che voleva amarle e che invece ha assassinato, onda delle donne morte che in sé hanno da sempre rappresentato e rappresentano l’amore, quell’amore ripagato dall’uomo con l’uccisione sul piano concreto e psicologico. La donna uccisa non perde comunque la sua natura, non diviene volontà di rivalsa, ma si fa fieramente forte della sua caratteristica fondamentale, intramontabile: essa è ”l’amore/ il rosso che non muore”, ossia: il rosso del sangue può essere versato e portare la morte, ma non il rosso dell’amore, di cui è depositaria privilegiata la donna di Maria Teresa Infante, il quale non perirà mai e che resterà il suo contrassegno più nobile e tenace in tutto il suo passato e presente come segno indelebile della sua presenza sulla Terra. In altri termini: proprio la sua morte, con la quale l’uomo che la uccide ha voluto e vuole eliminarla, agirà dunque come giustizia della memoria che porterà più ordine nelle cose umane, questo ci dice la temibile metafora dell’onda oscura del mare, la sua voce.  



Una lirica di eccezionale potenza, diversa da quelle che, dolcissime, cantano la donna quale vittima soccombente, più debole e non consona a fronteggiare la maggiore forza maschile, ma appunto: solo nella vita, acquisendo al contrario la maggiore forza proprio nella morte, in quella morte che l’uomo le ha dato illudendosi della vittoria. La volontà della donna di Maria Teresa Infante, una donna nuova, pur nel sacrificio di sé che permane, di non arrendersi alla sconfitta – apparente – nella sua esistenza concreta, le fa imbracciare l’arma vincente, quella della memoria della morte ingiusta, memoria maggiore ben più forte di quella in vita che presto scompare, quella al contrario che regge al tempo, a tutti i tempi umani. 

Questo ci comunica, alla luce dell’analisi oltre la prima superficie che parla di sacrificio della vittima, questa poderosa poesia, Rosso sangue, di Maria Teresa Infante, capace di sommuovere le coscienze nel profondo come mai prima, come la più inesorabile onda del mare mugghiante, nell’eco del terrore evocante le sinistre atmosfere di Edgar Allan Poe e non solo, come il cielo più spirituale nel contempo reso spaventoso anch’esso nella tenebra notturna affine all’oscurità del fondo del mare.  

                                                                                                                 Rita Mascialino


 



    Aleksa Đukanović FRAMMENTI SU RITA MASCIALINO   di Aleksa Đukanović *  (Repubblica Serba, Belgrado)  *  Aleksa Đukanović   è noto ...