di Rita Mascialino
martedì 18 giugno 2024
di Rita Mascialino
domenica 16 giugno 2024
Mascialino, R.
(2024) Fabrizio Nicoletti, ‘Il cavallo nero’. Recensione. * * *
Mascialino, R.
(2024) Fabrizio Nicoletti, ‘Il cavallo nero’. Recensione. * * *
*Opera dal titolo Il cavallo nero a firma dell'Artista Fabrizio Nicoletti come omaggio a Franz Kafka su ispirazione riferita all’esegesi innovativa di Rita Mascialino (1996 e segg.) relativa alla metamorfosi in cavallo nero identificata nel racconto di Franz Kafka Der plötzliche Spaziergang (2012), La passeggiata improvvisa.
*Recensione con immagine apparsa nella Rassegna 16 giugno 2024 del 'Premio Franz Kafka Italia ®' Edizioni 2024, www.franzkafkaitalia.it, nel sito www.spazialitadinamica.it, nonché sulla Rivista Culturale cartacea e online OCEANONEWS (Bari BA), Direttore Vito Massimo Massa, Capo Redattore Maria Teresa Infante, giugno 2024.
Fabrizio Nicoletti - Artista Esclusivo del 'Premio Franz Kafka Italia ®':
-Premio Franz Kafka Italia ®' all'Immaginazione XVII Ed. 2024.
-Primo Premio al ‘Premio Franz Kafka Italia ®’ per il Disegno Artistico XVIII Ed. 2024.
"Il Disegno Artistico dell'Architetto Fabrizio Nicoletti intitolato Il cavallo nero, realizzato in stile surrealista con tecnica mista a carboncino, acquarello e tempera su cartoncino, evidenzia l’eccellente padronanza nelle due arti sia per la geometria dei tracciati, sia per la raffinata stesura delle sfumature cromatiche. L’opera si riferisce al celebre racconto di Franz Kafka Der plötzliche Spaziergang, La passeggiata improvvisa (1912) come omaggio dell'Artista a Kafka sulla base dell’esegesi innovativa del racconto da parte di Rita Mascialino (1996 e segg.) relativa all’identificazione della metamorfosi in cavallo nero implicita al testo kafkiano. La rappresentazione di tale metamorfosi nel passaggio dal testo di parole alla condensazione portata dall'immagine è interpretata con impatto artisticamente originale da Nicoletti: mentre in Kafka dominano le tenebre al punto che non si distinguono i contorni dell’animale che si sta ergendo nella sua vera forma dall’oscurità della notte attorno ad esso così che l’evento si verifica nel buio più totale – immagine kafkiana non riproducibile in un ambito visivo concreto e solo per così dire di casa nell’ambito delle immagini mentali dove tutto è possibile –, nell’opera di Fabrizio Nicoletti è presente uno sfondo bianco, riservando il nero alla imponente coda del morello e ai capelli di colui che si sta trasformando, quasi essi siano un gentile inizio di criniera. Di profonda risonanza semantico-emozionale risulta la scelta estetica di dare alla metamorfosi l’impronta della scomposizione angolata di eco cubista come essa avvenisse a pezzi da armonizzare in linee morbide successivamente, particolarmente adatta ad esprimere il divenire faticoso di una fusione stilizzata e simbolica tra umano e cavallino che allude con un tocco sinistro, seppure diversamente, all’atmosfera della metamorfosi che informa la tenebrosa ideazione dell’inconscio kafkiano che appare quasi come un buco nero dalla creatività che tutto ingoi per poi ricreare la vita nell’arte. Tale kafkiana creatività si ripropone elegantemente modificata in Nicoletti, ma non in modo da non poter essere riconosciuta nella sua matrice di riferimento, nella dinamica della metamorfosi nella parte centrale e posteriore del corpo tra l’umano e l’equino, nonché anche negli arti anteriori umani e già quasi cavallini, così che il simbolico animale pare essere in procinto di introiettare ormai quanto di umano resti. A dare respiro a tale inquietante quanto emozionalmente molto suggestivo effetto estetico insito nel disegno di Fabrizio Nicoletti stanno le cromie degli azzurri e dei rosa portate dagli acquarelli in alto nello sfondo che si riferiscono a un’oscurità non totale, segno di ancoraggio ancora presente ai colori della vita non assorbiti o non assorbibili totalmente per l'Artista Nicoletti dall’oscurità per quanto foriera di estrema potenza creativa come nel completo titanismo kafkiano della metamorfosi in cavallo nero, la quale appunto in Nicoletti non abbandona del tutto sentimenti più umani.
Così nel complesso Disegno Artistico, dalla profonda semantica espressa in un'estetica finissima, di Fabrizio Nicoletti Il cavallo nero, di cui si sono esplicitati i poli più significativi riferiti comparativamente alla medesima metamorfosi in Kafka."
Rita Mascialino (detta Maddalena)
Franz Kafka 1906 (Foto Alamy Stock)
venerdì 14 giugno 2024
PREMIO UILDM 'CRISTINA CAMPO', Presidente Angioletta Masiero, PREMIO ALLA CARRIERA conferito a Rita Mascialino l'8 giugno 2024, Celebrazione Sala Consiliare, Rovigo RO.
mercoledì 12 giugno 2024
Rita Mascialino, Identità grammaticale di genere e identità dell'essere umano
Partendo dal punto di vista democratico secondo il
quale ognuno ha diritto di scegliersi un sesso diverso da quello somatico sul
piano psicologico, anche diritto di mutare il sesso somatico stesso in base a terapie
e operazioni chirurgiche, partendo da ciò viene difficile accettare la
confusione che ne è sorta a proposito dei generi grammaticali nell’Unione
Europea. Come conseguenza del cambio di sesso sul piano psicologico, sembra che
ci siano molti problemi sull’uso del genere maschile o femminile per l’identificazione
anagrafica, tanto più che tale genere può essere alternato in base ai desideri
del momento per così dire, anche in seno ad una stessa giornata come nel genere
oggi cosiddetto fluido. Quale soluzione del problema grammaticale che è
derivato da tutto ciò, pare che il maschile e il femminile non potranno più
esistere nei documenti, bensì potrebbero essere sostituiti da un asterisco in
luogo delle desinenze discriminanti o per tutti gli esseri umani in differenziatamente,
a parte ulteriori modifiche che si possono prevedere vista l’incertezza delle
ipotesi sul tema dei generi ad esempio secondo le indicazioni proposte o
emanate di volta in volta dai pensatori dell’UE, i quali non sono ancora
riusciti a uscire dall’impasse, trovando una soluzione logica sul piano orale e
scritto.
Mi occuperei in questa riflessione principalmente della
presenza eventuale di un asterisco che nasconda il genere dell’individuo, del
cittadino in democrazia per rispetto della Privacy, come è stato proposto dall’Unione
Europea. Tutto ciò con difficoltà e complicazioni – non complessità – relative
agli appellativi illocutivi nell’uso comune per le persone quando ci si vuole
appunto rivolgere ad esse – tipo signore o signora, per far un
solo esempio –, questo perché colui o colei o coloro dotato o dotata o dotati e
dotate di un sesso psicologico diverso da quanto usualmente creduto in base al
sesso somatico, potrebbe o potrebbero sentirsi, per altro giustamente, offeso offesa
offesi offese o discriminato discriminata discriminati discriminate ingiustamente.
Si vedono immediatamente gli appesantimenti e le prolissità burocratiche del
caso. Gli asterischi eviterebbero la prolissità, ma non l’accumulo costante
degli asterischi stessi e porterebbero nel tempo a cambiamenti linguistici di
perdita di differenziazioni come già ad esempio
l’inglese ne mostra di suo in una semplificazione che non appartiene
alla personalità latino-italiana e che quindi, nella fattispecie, produrrebbe,
forse, qualche stravolgimento identitario non proprio positivo su cui si potrebbe riflettere in altra sede – i
popoli non sono tutti uguali e non lo devono obbligatoriamente diventare.
C’è da chiedersi per primo a proposito degli
appellativi e dei documenti, delle lettere e dei certificati e di tutto il
resto di analogo: perché si deve nascondere il proprio sesso somatico o
genetico? La risposta appare semplice quanto circolare: perché si vuole avere
un sesso diverso e il permanere di quello somatico nella grammatica del
linguaggio sarebbe sentito come una non accettazione della propria scelta
diversa, ossia ci si sentirebbe come persone diverse, prive della cittadinanza
per così dire. Ma per fare un esempio celebre: Giulio Cesare era soprannominato
il marito di tutte le mogli e la
moglie di tutti i mariti e questo non lo disturbava minimamente, almeno
all’apparenza, era un maschio forte, tanto forte e non gliene poteva importare
di meno delle prese in giro – oggi assolutamente e giustissimamente vietate –
per le sue scelte etero e omo di cui non faceva nessun mistero secondo
l’occasione. Per altro le nozze tra gay pare fossero all’epoca consentite per
quanto si verificassero molto raramente e solo tra maschi. Certo, Giulio Cesare
era, detto con una diafora, Giulio Cesare, un grande uomo, scrittore e audace
guerriero, nonché politico a Roma, ma, in ogni caso, credo si debba produrre
qualche soluzione migliore di quella relativa al nascondimento dei generi, agli
asterischi o altro di simile.
Ma allora, che cosa proporrei io stessa? Molto
difficile a idearsi, ci pensano già, come accennato, autorevoli pensatori e
pensatrici al Consiglio Europeo senza trovare soluzioni soddisfacenti che non
rechino danno a nessuno e che non aumentino lo stato confusionale. Se tuttavia dovessi
esprimermi, io lascerei, grammaticalmente in tutti i documenti, il genere
rappresentato somaticamente – o geneticamente – con l’aggiunta ‘detta’ e nome maschile
per una donna e ‘detto’ con nome femminile per un maschio, ponendo una fine che
valuto del tutto decorosa per chiunque alla quaestio riguardante i
generi grammaticali che pare presentarsi come infinita, non risolvibile,
soprattutto non risolvibile dando la validità assoluta a preferenze
psicologiche che possono variare dando luogo a una giostra assurda delle
identità. Ribadendo: direi di lasciar valere i generi somatici e genetici con
l’aggiunta dei nuovi nomi nei documenti anagrafici e di qualsiasi tipo, questo
per non creare disfunzioni burocratiche e a nessun livello per nessuno e in
perfetta trasparenza e diritto di ciascuno.
Ritengo davvero poco accettabile la rivoluzione
linguistica grammaticale a proposito dei generi, io non vorrei mai avere un
asterisco in luogo della mia identità di genere che è quella di una donna, mi
sentirei defraudata di parte essenziale dell’identità, del riconoscimento della
mia identità somatica a prescindere da quella psicologica visto che la potrei
avere senza nasconderla, ossia se ne avessi un’altra diversa sul piano psicologico
io personalmente rinuncerei anche al ‘detta’ con nome maschile perché non me ne
potrebbe importare di meno, ma appunto questo fa parte della mia personalità
che non deve coinvolgere la personalità di tutti, ci mancherebbe. In ogni caso non
mi andrebbe bene di nascondermi dietro un asterisco – ciò che non accetterei
mai a prescindere da qualsiasi legge in merito –, troppo forte è in me il senso
della più compatta identità personale pur comprensiva delle possibili e più
varie sfumature identitarie, sono Rita Mascialino e come tale voglio essere
riconosciuta a prescindere da eventuali possibili varietà psicologiche che
posso avere come è nella norma delle cose in fatto di identità di genere. In
ogni caso accetterei al massimo, se avessi una doppia identità di tipo sessuale
e di personalità corrispondente che non ho, il nome di genere diverso come
‘detta’ con nome maschile scelto una volta per tutte, con buona pace della
morfologia.
Non mi occupo qui del problema della scelta del sesso
psicologico alle elementari o alle medie, quando la fanciullezza e la preadolescenza
possono giocare scherzi notevoli al proposito, appunto non me ne occupo in
questa riflessione in cui mi sono occupata della semantica grammaticale di
genere estesa ai documenti, agli appellativi illocutivi e ai nomi aggiunti con
il ‘detto’ e ‘detta’, semantica degli asterischi e dei nascondimenti da me assolutamente
rifiutata su base del pensiero oggettivamente democratico e logico. In un’epoca
di trasparenza, almeno dichiarata e richiesta in ogni settore, proprio il nascondimento
dell’identità sessuale, somatica o genetica e di conseguenza anagrafica, ritengo
sia, anzi debba essere inaccettabile a tutti i livelli.
Per altro, nella fattispecie, c’è tuttavia un problema
non da poco da tenere presente: la situazione generale di non comprensione
della semantica relativa al concetto e termine diritto. Nessuno toglie
alle persone il sacrosanto diritto di sentirsi uomini o donne a prescindere dal
loro sesso somatico o genetico e a essere riconosciuti come preferiscano, ma
questo diritto non può causare possibili disfunzioni pratiche e concettuali,
danni dovuti alla confusione possibile nella società, danni nella cultura umana
che potrebbe così venire sottoposta, sottilmente e subliminalmente, a un
trattamento di globalizzazione di genere a livello micro- e macroscopico degli
individui e dei popoli deprivati in parte, nel tempo medio, del senso unitario
dato da una forte e unica identità – non tutti sono Giulio Cesare –, la quale a
me pare un buon mezzo per rafforzare e non per indebolire la salute mentale di
ciascuno. Inoltre non riesco a evitare di ritenere che dando questo tipo di
cosiddetta libertà sessuale agli individui, si dia loro un giocattolo adatto a
soddisfarli e a fare perdere tempo, prezioso tempo, ciò portando via troppo
spazio a interessi, mi si conceda, ben più validi che asterischi o fluidità di
genere. L’identità sessuale è una composizione di sfumature in varie
proporzioni nella quale una prevale sulle altre – lasciando perdere qui ogni
approfondimento della questione del prevalere nell’ambito –, non è mai né può
essere mai del tutto unitaria psicologicamente e questo è un dato di fatto,
consciamente o inconsciamente presente, in tutti, ma ciò non può rischiare di
diventare il diversivo per eccellenza, un po’come il cibo che, se assunto a
volontà, dà una soddisfazione che copre magari tutte le altre possibili o molte
altre possibili soddisfazioni, più interessanti e utili al progresso del
singolo e dell’umanità. Per chiarire: non solo il cibo, ma anche il sesso
divenuto gioco dominante – lasciando qui stare tutti gli altri giochi possibili
– può indebolire il desiderio di foscoliane ‘egregie cose’ attraverso una falsa
soddisfazione onnivalente e a buon mercato, molto a buon mercato, così che
terribilmente il gioco con il sesso e con le illusioni a questo collegate sprechi
o smorzi le forze migliori di ciascuno. Si tratta di priorità e credo che le
foscoliane ‘egregie cose’, come tensione ad esse ed eventuali realizzazioni,
debbano avere la priorità per il bene di tutti, per un senso più alto di
democrazia e di progresso nel contesto di diritti e di doveri.
Per concludere: meglio dell’inaccettabile asterisco
che nasconde, ben vengano ‘detto’ e ‘detta’ nei documenti, come più sopra, così
che sia tutto trasparente e onorevole, alla luce del sole e non oscurato
assurdamente aumentando la confusione e l’equivoco identitario.
RITA MASCIALINO (detta Maddalena)
Immagine: Rita Mascialino presentata (18 marzo 2018, La Valletta Brianza) dal giornalista e scrittore Claudio Pina alla Presentazione di Pietre d'inciampo di Paolo Menon (Bellavite Editore: Missaglia (Lecco): marzo 2018 - Studio introduttivo di Rita Mascialino Le 'Pietre d'inciampo' di Paolo Menon o il canto dell'uomo per la memoria di Dio, saggio (pp. 35).
domenica 2 giugno 2024
Rita Mascialino, In onore di Franz Kafka l'omaggio
della metamorfosi nel cavallo nero
'Centenario della Morte di Franz Kafka 2024'
L'articolo è stato pubblicato per primo sulla Rivista Culturale online «Lunigiana Dantesca» (CLSD), Rubrica Letteraria 'OTIUM,' N. 206, giugno 2024, Direttore il dantista Mirco Manuguerra su gentile concessione.
È stato inoltre pubblicato sulla Rivista Culturale in formato cartaceo «OCEANONEWS» (Oceano Edizioni), Direttore Vito Massimo Massa.
Citazione dell'omaggio del Direttore a Kafka unitamente al saggio pubblicato:
IL KAFKA UNICO DI RITA MASCIALINO
«Lunigiana Dantesca» ha sempre cercato di onorare le ricorrenze dei grandi autori, per cui ringraziamo di cuore Rita Mascialino per averci permesso di farlo anche con un nome del livello di Franz Kafka (1883-1924) per l’occasione del centenario della sua scomparsa.
La studiosa è (anche) una valente germanista e dall’alto della sua profonda conoscenza della lingua tedesca ha proposto fin dal 1996 questa lettura rivoluzionaria di un racconto breve di Kafka, "La passeggiata improvvisa" (1912), dove lo scrittore boemo segna in realtà un momento fondamentale della sua produzione.
Ebbene, nel possente Cavallo nero – in cui, secondo l’analisi di Mascialino, il protagonista si trasforma (tema assolutamente insospettato dall'intera critica precedente) – è emersa la vis titanica dell’animo di Kafka, un animo che si ribella all’alienazione rappresentata dall’orrendo scarafaggio in cui viene trasformato dai genitori nella celebre Metamorfosi.
Con ciò l’analisi di Rita Mascialino scuote nei fondamenti l’intera esegesi kafkiana spalancando l’idea di ulteriori scenari e percorsi ancora del tutto inesplorati sull’opera omnia del grande autore di Praga.
MIRCO MANUGUERRA
_____________________________________________________________________________________________
"Sono trascorsi cento anni da
quando Franz Kafka, ebreo ceco di lingua e cultura tedesca nella colonia
di Praga, lasciò la vita nella clinica a Kierling Vienna dove lo avevano
accompagnato gli amici in una macchina scoperta con la neve e il vento che
infuriavano. Non poteva più parlare ormai data l’aggressività della malattia
che aveva invaso anche laringe, faringe, esofago – morì di fame perché da
tempo non poteva più mangiare –, ma con il suo forte carattere e la sua
altrettanto forte umanità comunicava ugualmente con il suo mezzo preferito,
ossia con la scrittura di biglietti – per altro lavorò ad un racconto anche sul
letto di morte fino alla fine. Può essere considerata, addirittura, una fortuna
che Kafka sia morto prima che le rozze mani dei nazisti potessero avere il
piacere di internarlo e di incenerirlo in uno dei loro forni crematori, così
come invece poterono fare con le sue tre sorelle nei campi di concentramento
polacchi: Elli e Valli a Chelmno, Ottla ad Auschwitz – Ottla aveva chiesto di
poter accompagnare al Lager un gruppo di bambini per non lasciarli soli nel
grande spavento, morendo con loro nel forno crematorio. Franz Kafka, negli
anni, rifiutò il tedesco, la sua lingua madre dove, a giudizio di chi scrive,
raggiunse apici espressivi che nessun altro tedesco mai aveva raggiunto e si
può supporre difficilmente potrà raggiungere, estremo definitivo rifiuto
dovuto al riconoscimento che tale lingua conteneva in sé il germe della
violenza.
Per onorare Franz Kafka da parte
mia, quale appassionata studiosa delle sue opere, dedico alla sua memoria, nel
Primo Centenario della sua morte o del suo ingresso nella fama di vita eterna
nella cul-tura umana (1924-2024), la mia
scoperta attuata sul piano squisitamente esegetico relativa alla sua
straordinaria quanto criptica metamorfosi
in cavallo nero (Mascialino 1996 e segg.), mai identificata prima in più
di un secolo di pubblicazioni da parte della più autorevole critica mondiale,
la quale ha invece pubblicato ovunque un’immagine che in Kafka non c’è: esiste
solo nelle interpretazioni degli studiosi, come vedremo con qualche
riferimento.
La metamorfosi eccezionale dal
punto di vista letterario e della personalità di Kafka è espressa nel racconto
breve “Der plötzliche Spaziergang”
(1912), La passeggiata improvvisa.
Tutto si svolge sul piano di una
serie continua di soli periodi ipotetici introdotti dalla congiunzione
condizionale wenn, ‘se’:
sintetizzando, se al protagonista fosse stato possibile abbandonare per sempre
la famiglia, in cui era in generale disprezzato e non proprio ben visto e che
lui stesso non apprezzava, avrebbe potuto realizzare pienamente la sua personalità,
il suo straordinario talento di scrittore, magnificamente simboleggiato nella
metamorfosi nel cavallo nero del racconto – o dell’esegesi innovativa (Mascialino
1996 e segg.).
Venendo direttamente in medias
res, il sintagma che non è stato compreso da nessuno studioso è «(…) hinten
die Schenkel schlagend» (in Max
Brod, a cura di, 1935/1964), tradotto dalla critica con ‘battendosi dietro con le mani le cosce’ e frasi
cosiddette sinonimiche, come se Kafka, uscendo di casa dopo cena e lasciando
di stucco la famiglia con questa insolita decisione, si fosse battuto le cosce
o le natiche beffando offensivamente la famiglia, come a dire,
eufemisticamente: ve la faccio in barba, vi mando tutti al diavolo. Azione
impossibile a Kafka, che come eleganza mentale e fisica non temeva rivali.
E di fatto non si tratta di
battersi le cosce con le mani, come nella Slapping-Image (Mascialino
2010), immagine del battersi, mentre l’immagine valida, corrispondente
al testo di Kafka, è la Black-Horse-Image (Mascialino 2010), immagine
del cavallo nero. L’equivoco ha natura espressamente sintattico-morfologica:
la forma verbale schlagend è un participio presente, non un gerundio
che in tedesco per altro non esiste come tale. Ossia: hinten die Schenkel
schlagend non è un gerundio attivo e transitivo con soggetto il
protagonista del racconto proiezione di Kafka e con complemento oggetto le
cosce, come è stato interpretato piuttosto conformisticamente da tutti. Ma a
tagliare la testa al toro, se ce ne fosse bisogno e a parte altre considerazioni,
c’è l’avverbio hinten, dietro, nello stato in luogo, mentre per come
è stato creduto nelle traduzioni esistenti si tratterebbe di un moto a luogo –
battersi con qualcosa, le mani nel caso,
dietro, in tedesco è un moto a luogo delle
mani verso il retro, ciò che in tedesco avrebbe voluto la preposizione di moto
a luogo nach, ossia ci sarebbe dovuto essere nach hinten,
preposizione che non c’è nel testo tedesco di Kafka e la cui mancanza è spia
certa di un’azione di stato in luogo, non nella spazialità quindi di battersi
dietro le cosce in un moto a luogo delle mani verso il retro come è stato
sempre creduto di comprendere e interpretato. Proseguendo, schlagen non è quindi nella diatesi transitiva, né in
un gerundio con soggetto il protagonista e complemento oggetto die Schenkel,
le cosce, ma sta nella diatesi intransitiva con un diverso significato,
spazialmente affine, ma non il medesimo ovviamente: grammaticalmente si tratta
di un Nominativo Assoluto nella diatesi intransitiva di schlagen,
che non può quindi avere il complemento oggetto essendo intransitivo nel
contesto kafkiano, nominativo assoluto che ha come soggetto le cosce che sbattono
– o scalciano trattandosi di un cavallo –,
non un protagonista che si batta dietro
nell’altro significato di schlagen transitivo. Per chiarire ancora: il
soggetto del sintagma in questione non è il protagonista, bensì sono le cosce
– dietro – posteriori, che l’essere umano non ha, non essendo quadrupede.
L’idea è dunque quella di un cavallo le cui cosce posteriori, dietro, scalcino
– in uno stato in luogo, senza che il luogo diventi un altro in un moto a luogo
– per alzarsi per così dire in piedi, in modo che l’animale possa ergersi in
tutta la sua possente figura: simbolicamente, è il metaforico travestimento
spettacoloso dell’inconscio kafkiano più profondo e creativo che avviene
nell’oscurità più totale della notte, tenebroso come la notte stessa.
Ma non basta: la critica, giustamente,
afferma che il protagonista decida a trasformazione avvenuta di andare a trovare un amico per vedere come stia. Tuttavia anche questa interpretazione si ferma ad un livello di mera superficie: sembra che il protagonista umano, ergendosi e divenendo
della sua vera statura battendosi le cosce, vada a trovare un amico a notte
fonda per vedere come stia. Invece, in base ai termini dalla polisemia criptica
e sottile scelti da Kafka nel contesto simbolico, il protagonista, soggetto
della metamorfosi in cavallo nero, è il vero ego di Kafka e l’amico a cui
vuole far visita si ri-vela essere lo stesso Kafka, il Kafka narratore: è lui,
l’umano protagonista Kafka, l’artefice del-l’eccezionale metamorfosi in cavallo
nero. In altri termini: secondo i vocaboli scelti da Kafka per l’immagine, e
su cui qui non ci si può dilungare come si dovrebbe, il protagonista della
passeggiata improvvisa, ormai trasformato in cavallo nero, va a far visita al
se stesso umano per vedere come stia, perché chi si è trasformato nel cavallo
nero è Kafka stesso, è lui in persona, che nel destriero si è proiettato e pienamente identificato.
Ma dove sarà mai finito, allora,
il protagonista umano? Secondo le spazialità più sottili dei termini esso sta
fin da principio del racconto nel suo luogo naturale, ossia nel libro, nel
racconto che è la sua vera casa, non quella genitoriale che ha ipotizzato di
poter abbandonare.
Questo detto molto molto in breve
e sperando di essere stata comprensibile ai lettori – Kafka è autore
profondo, criptico, al punto che in Germania talora non viene letto e
analizzato nelle scuole in quanto ritenuto incomprensibile.
Ho voluto dedicare alla memoria
di Franz Kafka per il suo Primo Centenario questa scoperta, pub-blicata per la
prima volta, come accennato, già nel 1996 e successivamente negli anni fino ad
oggi in tante pubblicazioni da parte mia più ricche di ulteriori dettagli e spiegazioni,
in quanto la metamorfosi descritta si contrappone all’altra grande metaforica trasformazione,
quella in scarafaggio, avvenuta, si fa per dire, stando Kafka nella casa
paterna, genitoriale, ed attuata con il verbo verwandeln, ossia Die
Verwandlung, tradotto con ‘La metamorfosi’, verbo e sostantivo tedeschi che
si adoperano quando la trasformazione avviene dall’esterno, agìta da agenti
esterni, come ad esempio con la bacchetta magica e comunque in tutti i casi
analoghi – di fatto Gregor all’inizio del racconto si trova trasformato in
scara-faggio, ossia è stato trasformato da qualcuno in scarafaggio, nella
fattispecie dal padre e non solo, ossia ancora:
non si è trasformato da sé in tale insetto ributtante. Invece per la
metamorfosi in cavallo nero Kafka adopera nel corso del racconto il
sostantivo Veränderung da verändern, che, pur significando
trasformazione o metamorfosi esso stesso, si riferisce a una trasformazione
che avviene dall’interno, operata dall’individuo che si trasforma, non da
agenti esterni a lui, e in questa trasformazione in cavallo nero sta tutta la
grossa autostima di Kafka, il quale sapeva di essere uno scrittore
potentemente creativo e profondo – se solo se ne fosse potuto andare
definitivamente via dalla casa genitoriale dimentican-dola per sempre.
Ribadendo: Kafka sapeva chi era in verità.
Così, in onore ed eterna memoria di Franz Kafka non scarafaggio, ma straordinario cavallo nero uscito dal più creativo e potente nonché misterioso e inquietante inconscio, tinto di un poderoso eros come è intrinseco all’affascinante e vitalissimo animale in cui si è proiettato Kafka, valga la mia scoperta come il riconoscimento più vero – zu seiner wahren Gestalt, così si esprime Kafka nel racconto – della personalità di un genio letterario tra i più grandi, senz’altro il più originale, di tutti i tempi. RITA MASCIALINO (detta Maddalena)
BIBLIOGRAFIA
1935/1964
Kafka, F.
Der plötzliche Spaziergang, Frankfurt am Main: S. Fischer Verlag GmbH (1935/64): Herausgeber Max Brod: 7 Bde, Werke: Bd. 1 Erzählungen, 26.
1996
Mascialino, R.
Traduzione conformistica e non conformistica (Franz Kafka, Der plötzliche Spaziergang - La passeggiata improvvisa). In ‘Quaderni sulla Traduzione Letteraria’ (coord. R. Mascialino). Udine: LaNuovaBase Editrice: Suppl. Panarie, Rivista Friulana di Cultura (Dir. Silvano Bertossi): Editore Vittorio Zanon.
2010
ESSCS 27th International Congress University of Groningen (The Netherlands).
President Gerhard J. Dalenoort (Cognitive
Systems, Department of Psychology), London United Kingdom, 6-8 July 2010.
General Topic: LANGUAGE: Specific area: 'Evolutionary Text Analysis'. Presenting
scholar: Rita Mascialino: ‘How Pragmatism distorts the meaning
of literary texts: Der plötzliche Spaziergang (The Sudden Walk/Stroll)
by Franz Kafka'.
Mascialino, R.
Il cavallo nero o
l’altra metamorfosi di Franz Kafka (La passeggiata improvvisa). Cleup Editrice Università di Padova: pp. 115.
conferito a Fabrizio Nicoletti
Vengono pubblicati dalla Casa Editrice Cleup Università di Padova, a uscita libera, i QUADERNI DEL 'SECONDO UMANESIMO ITALIANO ®', a...

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