lunedì 24 novembre 2025

 

RITA MASCIALINO: LA SCOPERTA DELLA METAMORFOSI KAFKIANA IN CAVALLO NERO

Prima di citare la mia scoperta: un grazie più che sentito all’architetto e artista Vincenzo Piazza che per il Primo Centenario della Morte di Franz Kafka (Video YouTube 2024) ha voluto omaggiare la scoperta della metamorfosi in cavallo nero di Rita Mascialino (1966 e segg.) con la sua più che splendida Incisione dal titolo ‘Il cavallo nero’, divenuta il simbolo principe del Centenario kafkiano, e con una sua raffinatissima plaquette (Editrice dell’Angelo) delle nove sue pregiate Illustrazioni e delle mie corrispondenti analisi semantiche comparative; un grazie anche più che sentito all’architetto e artista Fabrizio Nicoletti per il suo omaggio intitolato alla scoperta di Rita Mascialino (1996 e segg.)   ‘Il cavallo nero’, Disegno Artistico divenuto dal 2024 simbolo del ‘Premio Franz Kafka Italia ®’. Grazie ad entrambi.


Immagine: Dépliant Cleup.

Ora segue questo breve studio di chiarimento di alcuni punti rilevanti che mi paiono indispensabili come aggiunta agli altri numerosi studi già esistenti sul tema.  Non esiste solo la metamorfosi kafkiana in scarafaggio nero, nota in tutto il mondo in quanto identificabile sul piano esplicito del linguaggio, quindi facilmente in quanto dichiarata da Kafka, bensì esiste anche una metamorfosi in cavallo nero sul piano implicito del linguaggio, molto criptica nell’espressione linguistica e pertanto difficile da identificare, nonché nota solo grazie alla mia scoperta. Le due metamorfosi si sono susseguite nel medesimo anno 1912, dapprima quella in cavallo nero, nel gennaio, vedi La passeggiata improvvisa, successivamente ai primi di dicembre quella in scarafaggio, vedi La metamorfosi.  La passeggiata improvvisa, ossia la metamorfosi in creativo cavallo nero, raggiunta e dichiarata, per modo di dire, se solo avesse potuto abbandonare la famiglia dove era ostacolato nella sua attività di scrittore e umiliato,  è un’espressione dell’autostima e autoconsapevolezza del proprio valore di narratore attraverso la proiezione di sé in un poderoso cavallo nero sorgente dal profondo nella notte nera fuori dalla casa paterna, ossia nell’ambito della più potente e libera creatività simboleggiata appunto dal colore nero. Proiezione che ha luogo nella mente di Kafka, non causata da terzi, dall’esterno quindi, come il termine esplicito Veränderung, metamorfosi, che compare una sola volta nel racconto e che in tedesco e che indica una trasformazione attuata dal soggetto stesso.   La seconda dovuta a terzi, in seno alla famiglia precisamente.  La metamorfosi in scarafaggio dovuta alla famiglia, al padre in particolare ma non solo, esplicita nel termine utilizzato da Kafka Verwandlung, che appunto significa in tedesco una metamorfosi attuata da altri, dall’esterno del soggetto, diversa dalla precedente, come, per fare un esempio, quella attuata tra l’altro dalla bacchetta magica del mago o della strega. Certo, la metamorfosi esplicita è chiara e tonda, immediatamente comprensibile, quella in cavallo nero è oltremodo criptica, quasi Kafka dovesse e volesse tenerla solo per sé, per non farla distruggere anch’essa dalle umiliazioni subite dai familiari. Questa metamorfosi, implicita al linguaggio utilizzato e difficile senz’altro da capire, è stata riconosciuta sul piano squisitamente esegetico – potremmo dire di metodologica umanistica memoria – da Rita Mascialino (1996 e segg.) a fronte di più di un secolo di interpretazioni che non l’hanno colta e che tutte hanno interpretato il sintagma arduo alla comprensione hinten die Schenkel schlagend come se Kafka uscisse dopo cena battendosi il sederino come per farla in barba alla famiglia e anzi diventando un cavallo nero addirittura a furia di batterselo. Ciò non è solo errato come dimostra inequivocabilmente la traduzione e interpretazione della forma grammaticale e lessicale tedesca, ma anche direi offensivo nei confronti di Kafka, la cui estrema eleganza mentale e fisica mai avrebbe potuto compiere un simile gesto volgare e stolto. Non spiegherò qui per l’ennesima volta e in un breve studio tutta la dimostrazione dettagliata di questa straordinaria metamorfosi che rimando tra l’altro al sito www.franzkafkaitalia.it e al saggio Il cavallo nero o l’altra metamorfosi di Franz Kafka (La passeggiata improvvisa).  Dopo la breve premessa, aggiungo al proposito che mi è capitato tempo fa di leggere in internet che la mia scoperta della straordinaria metamorfosi di Kafka in cavallo nero, implicita al linguaggio utilizzato da Kafka, viene intesa da qualcuno come ‘presunta’, quindi non sicura, naturalmente senza aver verificato le interpretazioni 'sicure, non presunte' per le quali Kafka si batte il sederino per farla in barba ai genitori mentre esce dopo cena e poi continua per diventare con questa azione, altamente non presunta, ma  certa, eretto nelle sua vera statura. Io non polemizzo mai, lascio stare quando qualcuno vuole polemizzare, polemiche che considero retaggio campestre con tutto il rispetto dovuto ai campi. Uno disse anche che non c’erano ‘prove’ di quanto affermassi (la mia dimostrazione dettagliatissima non contava come prova!!) e che ci sarebbe voluta una persona ‘autorevole’ che avesse legittimato la mia scoperta. Davvero, prima di finire i giochi data la mia età già avanzata mi sento non di polemizzare, cosa che è accaduta, che io ricordi, solo una volta nella mia già relativamente lunga esistenza, quando ero molto giovane, ma almeno di esprimere la mia opinione, senza naturalmente offendere nessuno, la cafoneria è sempre stata estranea alla mia mente. Un’opinione che mi sta molto a cuore come più sopra: relativa alla mia scoperta di una metamorfosi di Kafka in cavallo nero nel racconto ‘La passeggiata improvvisa’, rimasta inattinta dalla critica per più di un secolo di pubblicazioni non più distruttibili in tutto il mondo, a prova indelebile ormai dell’interpretazione errata. Ora la scoperta, se fosse stata appannaggio di un accademico, nessuno avrebbe osato definirla ‘presunta’, sarebbe stata oro colato, ovviamente, non presunta, ma certa. Essendo tale metamorfosi identificata e scoperta da una donna, italiana, la cosa deve essere rigorosamente ‘presunta’, non certa, ci mancherebbe che una donna fosse in grado di una tale scoperta che nessun uomo ha mai fatto fino al momento – io l’ho scoperta quando avevo diciannove anni, anche se l’ho pubblicata nel 1996 per la prima volta in uno studio su una Rivista friulana. Un giornale importante disse che l’argomento era troppo specifico per la pagina culturale di un giornale. Io lasciai perdere, appunto non polemizzo mai, per abitudine mentale dalle origini con la sola eccezione di un caso, che io ricordi. Mi sento però, ripeto, di difendere, finché posso ancora, almeno la mia – credo di poter dire ‘grande’ – scoperta con le forze, seppure non più giovanili, di chi ha ragione e non vuole cedere ai più forti. Primo: chiedo scusa per quella c he può apparire un’audacia, ma la persona ‘autorevole’ – spero che non si senta offeso nessuno per la mia affermazione che non usurpa nessun titolo – è Rita Mascialino che ha compreso il linguaggio criptico di Kafka al proposito, tanto criptico che nessun altro lo ha compreso in più di un secolo di interpretazioni del racconto in questione. Ma io, Rita Mascialino, l’ho potuta scoprire perché non ho mai condiviso, per carattere e forma mentis, la libera soggettiva interpretazione e ho sempre preferito rendere ‘a Cesare quanto è di Cesare e a Dio quanto è di Dio’ (Matteo, 22,21 in traduzione Paoline 1963: 1068), ossia dare ai testi e ai loro autori la semantica che loro compete. Certo, errori sono sempre possibili, ma non nel Metodo degli specialisti, in questo ambito non sono accettabili, comunque, come in un mio Aforisma: “L’Italia è un Paese dove le idee sbagliate durano molto a lungo”, nel caso in questione hanno superato  molti molti secoli da vittoriose fino alla scoperta della Mascialino. Non dispiacerà magari che sia stata una donna e non un uomo a fare la scoperta? Ne ho fatte molte altre di scoperte e anzi, ancora una altrettanto straordinaria nel racconto stesso, di cui ugualmente non posso qui narrare in dettaglio. Al proposito di un metodo che superi la libera interpretazione soggettiva e più o meno campata in aria in generale, ho ideato il Metodo Spaziale e fondato il ‘Secondo Umanesimo Italiano ®’, riprendendo il fulcro della battaglia dei grandi Umanisti Italiani, la lotta anche molto vivace dell’interpretazione interlinguistica o traduzione dei testi classici, ossia la ricerca del loro significato oggettivo, non contraffatto per incompetenza o ad usum Delphini come nella loro indignazione per le contraffazioni e gli errori, come nel loro aggiornamento e approfondimento del metodo filologico. La Mascialino ha, ovviamente nella diversa epoca, aggiornato il metodo esegetico secondo i conseguimenti in ambito neurofisiologico, radicando il suo Metodo Spaziale o Metodo Mascialino in una solida base, togliendo l’interpretazione dei testi letterari dal loro essere campati in aria e in balìa della soggettività degli interpreti – degli studiosi, non dei lettori in generale che resta legittima in quanto primo approccio non specialistico all’opera letteraria. In aggiunta all’aggiornamento testé citato: sottoponendo le interpretazioni ottenute con il Metodo Spaziale sempre alla verifica e falsificazione della logica, dimostrando ogni dettaglio esegetico, ogni scoperta, in primis quella kafkiana, fin o a che tutto il quadro esegetico non mostrava e non mostra contraddizioni. Ho voluto qui, appunto finché mi è ancora possibile, far sentire la mia voce a difesa del mio operato e di Kafka – sì, di Kafka, evitando di farlo passare per una persona volgare e stolta quale non era e non è mai stato. Mi sia concesso dunque, possibilmente senza che nessuno si infastidisca, di difendere la mia scoperta, il mio Metodo grazie al quale ho fatto anche tante altre scoperte, appunto finché mi è ancora possibile far sentire la mia voce viva.

Rita Mascialino


Immagine: Scorcio di Studio di Rita Mascialino. Fotografia propria

giovedì 20 novembre 2025

                 Spazialità strutturali parallele: l’Impero di Carlo Magno

Re dei Franchi, e l’Unione Europea dei popoli

di Rita Mascialino


Le tracce del passato dell’umanità, come sia l’unità della specie e la sua evoluzione, sia la sfaccettatura delle culture dimostrano, non sono del tutto cancellabili ed è interessante vedere come esse si ripresentino in genere sotto inconsce vestigia. In altri termini: come esse siano, per qualche tratto importante, parzialmente o anche in gran parte individuabili e attive secondo la preistoria e la storia dei popoli, memorizzate nei variegati sviluppi linguistici, nella particolarità delle ideazioni, in ciò che forma l’identità dei popoli. L’accennata identità dei popoli non ha a che vedere con il concetto vichiano dei corsi e dei ricorsi storici, quasi questi fossero dovuti a misteriose e fatali entità a sé stanti: è l’appartenenza alla medesima specie da un lato come sintesi di simili comportamenti e l’identità culturale di ciascun popolo dall’altro che portano a riproporre, inevitabilmente secondo le circostanze, caratteristiche di personalità in particolare riconoscibili come proprie di ciascun popolo. Anche negli individui sono riconoscibili comportamenti che non possono essere cancellati e che si ripresentano secondo le opportunità fornite dall’esperienza, senza con ciò far parte di entità quali che siano – vedi al proposito anche i Quaderni relativi all’ Identità dei popoli: Analisi semantiche e focalizzati principalmente, anche se appunto non solo, sulla semantica delle lingue.

Nell’ambito testé accennato è interessante vedere come la spazialità più generale e anche particolare dell’Unione Europea porti vestigia antiche di antichi imperi, in primis dell’Impero Feudale di Carlo Magno, Re della stirpe germanica dei Franchi. Osservando la struttura profonda della democraticissima Unione Europea dei popoli, si possono rilevare impalcature proprie dell’Impero Medioevale tutt’altro che democratico di Carlo Magno sia come impero di popoli diversi in sé, sia come realizzazione di tale unione dei popoli in un impero, in un Reich, detto in tedesco – per chiarire: regno si dice Königreich, impero Reich. Una opportuna osservazione: si  deve ammettere a parziale discolpa di Carlo Magno che non è facile essere democratici in un Reich di popoli con lingue diverse e usi e costumi mentali diversi, dove le dissidenze sono per forza anche molto accese – per via appunto della diversa identità culturale dei popoli sottomessi o raggruppati – e più efficacemente risolvibili con l’uso della forza come appunto fece Carlo Magno, che da regnante e imperatore non impiegò mai la diplomazia, ma solo la violenza. Segue una solo accennata sintesi informativa su Carlo Magno visto che l’Unione Europea ha diverse strutture associabili al suo Impero Feudale e ha nel Karlspreis, Premio Carlo Magno, un po’ l’emblema dell’Unione Europea.

Carlo Magno (747/748 luogo di nascita incerto) morì nell’814 ad Aachen, Aquisgrana, entrambi i nomi riferiti nella derivazione, seppure diversamente, alle acque di cui era ed è ricca la città, situata nella regione tedesca denominata dopo la Seconda Guerra Mondiale Nordrhein-Westfalen, ossia Renania Settentrionale-Vestfalia, confinante tra l’altro con il Belgio proprio con Aquisgrana stante nei pressi del confine. Carlo Magno fu Re dei Franchi, una delle stirpi germaniche più importanti includente vari altri popoli germanici conquistati e fu incoronato da Papa Leone III a San Pietro in Roma (A.D. 800) quale primo imperatore del cosiddetto Sacro Romano Impero o Heiliges Römisches Reich e protettore della Chiesa di Roma che gli aveva conferito il diritto divino di governare che nessun capo germanico aveva mai conosciuto nella sua consuetudine. Carlo Magno, come accennato diventato dal 1950 a partire dall’istituzione del Premio Carlo Magno il simbolo dell’Unione Europea*, fu uno straordinario condottiero sempre vincente nelle spedizioni belliche, un eccellente guerriero germanico, anche feroce – basti ricordare la strage dei Sassoni (782) che non vollero convertirsi al cristianesimo. Tali Sassoni preferirono essere decapitati sulla pubblica piazza piuttosto che perdere la loro identità storica e culturale, come accadde a Verden nella Bassa Sassonia o Niedersachsen, dove Carlo Magno pare desse ogni singolo ordine per ciascun prigioniero facendone massacrare così circa quattromilacinquecento in un solo giorno, occorre riconoscere: con grande teutonica capacità organizzativa.  Carlo Magno fu un classico esempio tra i tanti del tipico re guerriero, capo del popolo e capo militare dell’esercito. Fu colui che strutturò più ampiamente e potentemente il sistema feudale, basato sugli arcaici concetti germanici di ‘Ehre’ e ‘Treue’ verso il re, verso il capo di tutto il popolo, dei popoli: ‘onore’ e ‘fedeltà’ insuperabili e immutabili, detto con una analogia per chiarire, nella loro realizzazione per così dire assoluta e dittatoriale, concetti molto profondamente connotativi appunto soprattutto delle culture germaniche, e fu colui che guidò alla vittoria i suoi eserciti in campagne militari ovunque vi fosse una dissidenza al suo governo, poi alla sua alleanza con la Chiesa di Roma**.  

Premettiamo adesso un brevissimo cenno di memoria concernente lo scheletro dell’organizzazione sociopolitica del Medioevo in Europa al tempo dei Regni delle stirpi carolinge. Al vertice sociopolitico stavano re, nobili e signori, ed esistevano corrispondentemente popoli in scala gerarchica. I vassalli erano, dal significato derivato dal termine celtico gwas, servo, latinizzato in vassus e poi vassallus, anche vasallus, servitori nobili o ecclesiastici, che in cambio di benefici, terre e beni, giuravano fedeltà, subordinazione e aiuto militare a nobili o prelati più potenti di loro, re o imperatori o alte cariche religiose – venivano concessi anche privilegi come speciali diritti e favori senza espliciti obblighi militari e subordinazione. Nella gerarchia seguivano poi i valvassori, o servi di servi, quindi meno potenti dei vassalli, nonché i valvassini, di ancora minore valore, o servi di servi di servi, comunque tutti legati da vincoli basati sull’onore e sulla fedeltà. Restavano fuori da tali gerarchie di potere i contadini e gli artigiani, infine veniva il popolo più diseredato ai limiti della sopravvivenza, il servo della gleba, ossia della zolla, della terra. Si trattava di un sistema sociopolitico che si reggeva su alleanze con i ‘servi’ di cui testé finalizzate a creare maggiore stabilità tra i vari regni, ducati, contee, marchesati, baronie e simili che, riuniti grazie appunto ai vassallaggi sotto più potenti sovrani, formavano un’unione di popoli diversi sotto lo scettro sovrano dell’imperatore, nella fattispecie il franco Carlo Magno, in una rete di alleanze e sudditanze di diverso rango, ciò onde poter resistere per il possibile al meglio di fronte ad attacchi nemici. Tale sistema proprio del potere assoluto imperiale, a base di preferenze e clientele, fu abolito ufficialmente nel Settecento dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese resa possibile dall’impegno infaticabile di Maximilien de Robespierre (Arras 1758-Parigi Place de la Concorde 1794).

Veniamo quindi adesso all’esempio analogico con la democratica Unione Europea dei popoli ovviamente tutt’altro che feudale, in cui si possono notare tuttavia vestigia medioevali nella strutturazione del potere, delle gerarchie, soprattutto della conduzione germanica o tedesca. Riferendoci direttamente all’Unione Europea, il vertice, senza il quale nessun gruppo anche di due sole persone può mai essere gruppo e funzionare come tale, è costituito da presidenti eletti a rotazione democratica, non di dinastie nobiliari. Appare comunque evidente una certa corrispondenza positiva tra uno Stato o l’altro, diciamo una preferenza, ad esempio tra Francia e Germania con la Francia vassalla privilegiata della più potente Germania, come andiamo a vedere per qualche particolare significativo.

Le tre lingue di lavoro o Arbeitssprachen dell’Unione Europea sono il francese, l’inglese e il tedesco. Togliendo l’inglese che ha una vita a sé stante come lingua della comunicazione mondiale che nessuno per ora può spodestare date le sue caratteristiche su cui qui non ci soffermiamo, restano appunto il francese e il tedesco. Opportunamente, va tenuto presente che la madre dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, appunto Karl der Große, e moglie di Pipino il Breve – Pipino il Breve o il (più) Giovane, figlio dell’altrettanto memorabile franco Carlo Martello, era francese. Bertrada di Laon, nota come Berthe de Laon, Berta di Laon, Alta Francia, celebre anche come Berthe au grand pied, Berta dal gran piede o dai gran piedi o anche, con il regolare accrescitivo nella lingua italiana: la Piedona, apparteneva ai livelli più importanti di potere. Un Carlo Magno quindi genitorialmente diviso a metà tra la Francia, da parte di madre, e la Germania, da parte di padre, un po’ come, spazialmente, l’attuale capitale dell’Unione Europea, Bruxelles, in Belgio, confinante con Francia e Germania tra l’altro, città che è stata scelta – in evidente ricordo dei casati dell’Imperatore tedesco nel Medioevo e per senso di equità – proprio perché trait d’union tra Francia e Germania. Questo appunto così come il cuore di Carlo Magno si divideva tra la madre e il padre, territorialmente appunto tra la Francia e la Germania. Quanto all’Italia, secondo la diversa considerazione del capo della democratica Unione di popoli di diverse culture – in luogo del Sacro Romano Impero o Heiliges Römisches Reich –, malgrado la sua posizione geografica di cosiddetta signora del Mediterraneo e sede dell’antica sopra citata incoronazione, essa starebbe, più o meno di fatto e ovviamente secondo le annunciate vestigia rinvenute, solo tra i meno importanti valvassini, sudditi dei valvassori a loro volta sudditi dei vassalli a loro volta sudditi dell’Imperatore. Tutto ciò in cambio non propriamente di privilegi o benefici, di più antica origine imperiale romana, bensì di prestiti più o meno rilevanti da restituire all’Impero, pardon: all'Unione Europea, tutto questo sempre e comunque permanendo nelle citate vestigia della struttura politico-sociale medioevale carolingia rinvenibili nell’Unione Europea di conio tedesco – vedi Premio. L’Unione Europea concede prestiti, per così dire, soprattutto o di preferenza a chi obbedisca fedelmente alle opinioni dei capi o di chi conti di più, mi pare che più o meno siano sempre soprattutto i tedeschi a dare il metaforico , sul piano analogico, quali magnifici direttori di orchestre sinfoniche a più strumenti come è loro riconosciuta reale e grandissima abilità. Per aggiungere una ulteriore importante somiglianza tra struttura dell’Impero Carolingio Medioevale e struttura dell'Unione Europea: la sede del Reich o Impero, sacro e romano, ma sotto l’egida guerriera del Re dei Franchi e Imperatore Carlo Magno, veniva spostata secondo l'opportunità:

“La particolarità del Sacro Romano Impero è che non aveva una vera e propria capitale, cioè sede stabile del sovrano e del governo, ma l’imperatore, la famiglia e l’intera Corte (consiglieri e dignitari vari), nonché servi e milizie imperiali si spostavano da un capo all’altro dell’impero. Tanto che nei periodi di massimi spostamenti venne soprannominata dai posteri ‘reggia mobile’. Solo nell’ultimo periodo Carlo Magno preferì stabilirsi ad Aquisgrana, perché le acque termali della città giovavano ai suoi reumatismi e alla sua gotta (…)” (bluedragon,it/medioevo/carlo_magno.htm)  

Così, sul piano di lontane orme del passato, velate dal tempo, ma sempre identificabili come schema di base, anche la sede del Consiglio, delle varie Commissioni e Delegazioni e quant'altro non si trovano solo nella sede a Bruxelles, ma anche a Lussemburgo, Strasburgo e altrove nell’Unione, magari in una possibile forma di democratica divisione territoriale del potere, certo non secondo il detto latino, di origine incerta, divide et impera, nella confusione delle parti il potere per così dire con un ossimoro assoluto-democratico si impone al meglio.

Le spazialità medioevali del vassallaggio esistenti in tutti gli Imperi e riscontrate anche nell’Unione Europea stessa – solo come vestigia ovviamente – possono ricordare a loro volta oggettivamente gli Stati clientes della Roma latina con cui mostrano qualche analogia qui e là, magari sfocata, ma riconoscibile anch’essa. È evidente che l’Unione Europea, nella sua strutturazione generale acquisisca sempre più Stati, con lingue e identità corrispondentemente diverse come, meno diffusamente, ma comunque presenti, già nell’Impero carolingio, per restare entro il parallelo presentato, nazioni che assomigliano, solo per qualche aspetto come testé sottolineato, agli Stati clienti dell’Impero Romano con il quale i popoli germanici ebbero un contatto diretto molto intenso, con Roma prima e dopo il crollo, Stati clienti a loro volta ripresentatisi e rinverditi, pur con elaborazioni, nel vassallaggio dell’Impero Carolingio Medioevale e, in qualche misura, nell’attuale Unione Europea a conduzione  tedesca più o meno diretta – in ogni caso la Germania è, pare e in ogni caso, crisi o non crisi, lo Stato più potente dell’Unione – la rimonta del popolo tedesco nelle crisi è qualcosa di straordinario e del tutto vincente.

In base alle vestigia feudali riscontrate nel confronto con l’attuale Unione Europea, Premio Carlo Magno/Kalergi compreso e in testa nella sua ispirazione come dal Primo Premio assegnato all’inaugurazione in onore addirittura del conte Kalergi autore dell’Idealismo pratico e del concetto della Pan-Europa, l’Unione Europea dei popoli pacifisti pare avere un duplice profilo: ufficiale e più profondo, ciò senza andare qui nel dettaglio della legiferazione.

Questo solo per comparare scheletri del passato ancora individuabili nei volti del presente, ciò mostrando come difficilmente il passato anche più antico venga cancellato, non solo a livello linguistico, ma anche nell’organizzazione delle società, nella loro storia come possibile ombra o fantasma, o evoluzione che non si estingue e che nella sua continuità si presenta indelebile pur nei foscoliani travestimenti del tempo, senza che ciò rientri per niente, come anticipato più sopra nella premessa e ribadendo, nei cosiddetti corsi e ricorsi storici di qualsiasi tipo, con cui non ha niente a che fare perché dei ricorsi, come già anticipato, non esiste la possibilità di esistenza in sé, come tali.

Così per concludere, come è stato mostrato, importanti vestigia del Reich di Carlo Magno si rinvengono nell’Unione Europea, della quale l’Imperatore e Re dei Franchi, il tedesco Karl, è divenuto simbolo tanto da intitolare il Premio nelle sue modiche di e ad Aquisgrana, conferito all’inaugurazione avvenuta già nel maggio del 1950 a Richard Nikolaus conte di Coudenhove-Kalergi, autore appunto come anticipato soprattutto del libro Paneuropa (1922) e del libro che ne costituisce la base teorica Praktischer Idealismus (1925) ***  

 

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 *Particolare e rilevante al proposito è l’istituzione nel 1949, con periodicità annuale, del ‘Premio Carlo Magno della città di Aquisgrana’’, Karlspreis der Stadt Aachen, quindi omaggio nazionale della Germania a Carlo Magno, già organizzato in piena grave indigenza materiale e morale dei tedeschi nel mezzo dei processi tenuti a carico dei nazisti in Europa, negli Stati Uniti e nella Russia Sovietica subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e oltre. È un Premio che, soprattutto in base alla data della sua organizzazione e inaugurazione nei primi mesi del 1950, testimonia della volontà e capacità della Germania di programmare la sua rinascita dalle ceneri e dalla miseria morale causata dal trascorso nazismo. Il Karlspreis si dichiara all’insegna della pace e della democrazia, le quali, secondo quanto attesta la storia di Carlo Magno e si inferisce agevolmente dalla stessa, nulla hanno a che vedere con l’esistenza di Carlo Magno, che risolveva ogni dissidenza solo con guerre, anche le conversioni al cattolicesimo furono da lui ottenute con il metodo della forza. Per altro Alcuino (York 735 circa-Tours 804) aveva dato, come era d’uso all’epoca tra i potenti, un soprannome a Carlo: David, re d’Israele, che fu sempre un modello di re altrettanto guerriero per Carlo. Come è noto, Carlo Magno, grandissimo quanto brutale guerriero di stampo prettamente germanico, non riuscì a imparare a scrivere malgrado ci provasse a lungo sia personalmente, sia con un maestro eccellente come l’anglosassone Alcuino, concreto artefice della rinascita cosiddetta carolingia – che non ha niente a che vedere con un Primo Rinascimento, concetto che cade alle più semplici falsificazioni cui qui solo si accenna. Di rinascite e rinascimenti ce ne sono stati e ce ne possono essere sempre tanti ovunque, anche nell’Unione Europea ci potrebbe essere ed an zi sarebbe auspicabile una rinascita, ma mai ci possono essere collegamenti con il Rinascimento italiano, straordinario movimento intellettuale e artistico, filosofico, culturale in generale universalmente riconosciuto nel nome datogli già da Vasari (Arezzo 1511-Firenze 1574). Proseguendo, Alcuino fu tra l’altro consigliere di Carlo e profondo organizzatore della Schola Palatina, una scuola che secondo Carlo Magno doveva insegnare a tutti a leggere e scrivere e tanto altro, come commovente desiderio di questo particolare re guerriero che dovette soffrire molto della sua schiacciante inferiorità culturale, scuola che non ottenne comunque o risultati sperati. Alcuino fu anche promotore della nomina di Carlo a Imperatore del Sacro Romano Impero. A onore della cronaca, qualche studioso dice comunque, un po’ stranamente, che il Re dei Franchi avesse imparato a leggere, anche il latino che pare parlasse fluentemente – ciò su cui avanzo qualche serio dubbio. Si faceva leggere i libri da Alcuino, da altri monaci, magari, volendo vedere il re nudo – ovviamente non il Re dei Franchi concretamente –, perché in primo luogo e semplicemente non sapeva leggere, ossia fosse completo analfabeta malgrado gli sforzi personali e quale allievo dell’importante maestro. Ciò non toglie che fosse re guerriero straordinario e persona intelligente. Pose comunque le basi attraverso serie di guerre annuali per una sottomissione con la forza e così unione di alcuni popoli germanici, di gran parte della Francia, della Spagna, dell’Italia nel suo Regno e poi Impero o Reich, forma autoritaria di unione di popoli diversi parlanti non solo il tedesco o lingue germaniche, bensì anche lingue del tutto diverse, non di ceppo germanico. Tornando al Premio sopra citato, esso fu opportunamente rinominato nel 1987 Internationaler Karlspreis zu Aachen, ossia ‘Premio Internazionale Carlo Magno ad Aquisgrana’, ossia non più direttamente come omaggio della città di Aquisgrana al grande Imperatore germanico, ma ad Aquisgrana, con una mutata spazialità non da poco che ha reso il Premio internazionale avente il centro propulsore nel mondo ad Aachen, Aquisgrana, appunto in Germania. Tale Karlspreis ebbe il suo primo vincitore assoluto nel maggio del 1950, l’austriaco Richard Nikolaus Graf von Coudenhove-Kalergi – nel 2016 ottenne il Premio anche Papa Francesco, in ricordo dell’alleanza di Carlo Magno con i vari Papi. Kalergi aveva pubblicato nel 1923 le sue idee su una possibile unione paneuropea, da ciò il Premio conferitogli. Kalergi pubblicò anche il libro Praktischer Idealismus (1925), ‘Idealismo pratico’, un libro, come alla luce dell’analisi semantica da me attuata, ricco di concetti non fondati né nella logica né nei fatti, frutto di idee dell’autore appunto campate in aria, appunto infondate e assurde, ciò che in ogni caso non delegittima affatto il conferimento del Primo Premio al Karlspreis, ci mancherebbe: i gusti culturali sono tutti legittimi nella libertà di stampa e di pensiero che caratterizza per fortuna le democrazie. I più importanti input della Paneuropa (1922) del Kalergi sono stati effettivamente fatti propri dall’Unione Europea. Comunque c’è da dire che il progetto Kalergi, alla base dell’Unione Europea, non è stato, come si sente forse dire, il primo progetto per un’Europa che riunisse i popoli europei in modalità discutibili per altro, molto discutibili, ci aveva già provato appunto il Reich o Impero di Carlo Magno – da ciò il Premio a lui intitolato – con la sottomissione dei popoli sotto la sua spada, unico strumento di unificazione dell’Impero realizzato da Carlo Magno. Ora forse è il caso comunque di evidenziare come un Premio intitolato all’Imperatore tedesco Carlo Mango non sia appropriato a diventare il simbolo democratico internazionale dell’Unione Europea dei popoli.

**Vi è un interessante accostamento, storicamente documentato, tra Carlo Magno e Davide Re d’Israele, come più sopra accennato: “(…) fu soprattutto con i Carolingi che l’accostamento ai re d’Israele, e a Davide in particolare, divenne consuetudine. Fin dalla loro vittoria contro gli Arabi (732), e ancora di più dopo l’introduzione dell’unzione regale al tempo di Pipino il Breve, i Franchi avevano considerato se stessi come il “nuovo Israele”, di cui continuavano i successi nella storia, ed erano perciò destinati a rinnovare il regnum Davidicum. Così l’entourage di Carlomagno si rivolgeva a lui chiamandolo Davide (…) (D’Angelo 2016: Università di Roma La Sapienza)”. Per altro re Davide era il modello, per così dire, di regnante-guerriero personalmente prediletto da Carlo Magno: “(…) Il suo modello era Davide, il più saggio e il più forte dei Re. Come immagine imitativa gliel’aveva imposta ostinatamente Alcuino (…) Davide era biondo, bello e forte. Aveva le fulgenti virtù del guerriero vittorioso e quelle, più interiori e rare, del governante di popoli. Era devoto alla divinità, protetto da Dio, fino a considerarsi interprete delle sue volontà nella gesta terrene (…) Nei convegni di palazzo cui partecipavano gli eruditi chiamati da Carlo alla sua corte, tutti prendevano d’abitudine uno pseudonimo. Quello di Carlo era Davide. ‘Davide, il tuo omonimo’, lo rassicurava Alcuino (…)”  (Granzotto 1978: Mondadori Editore).

*** Dei corposi testi Paneuropa (1922) e Praktischer Idealismus (1925) seguiranno, prevedibilmente per la «Lunigiana Dantesca», le Recensioni (Mascialino) fornite doverosamente di citazioni dalla lingua tedesca e traduzioni (RM) della stessa in italiano.

                                                                                         RITA MASCIALINO




 









 

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